da: “La macchina sognante” – 3. Letteratura e storia dell’uomo

di Julio Monteiro Martins

  1. Letteratura e storia dell’uomo:

La letteratura, ben lungi dall’esprimere la “totalità dell’uomo”, non è espressione, ma provocazione; non è quella splendida figura umana che vorrebbero i moralisti della cultura, ma è ambigua, innaturale, un poco mostruosa. Letteratura è un gesto non solo arbitrario, ma anche vizioso: è sempre un gesto di disubbidienza, peggio, un lazzo, una beffa; e insieme un gesto sacro, dunque antistorico, provocatorio. (Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, 1994)

Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circonda, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia. Non nego che il fascismo dapprima, la guerra più tardi, e la guerra civile più tardi ancora mi abbiano reso infelice; tuttavia esistevano in me ragioni di infelicità che andavano molto al di là e al di fuori di questi fenomeni. Ritengo si tratti di un inadattamento, di un maladjustement psicologico e morale che è proprio di tutte le nature a sfondo introspettivo, cioè a tutte le nature poetiche. (Eugenio Montale, Confessioni di scrittori (interviste con se stessi), 1976)

JMM – Forse la letteratura sarà viziosa e mostruosa, ma se è così è per una buona causa. E questa ipotesi non c’entra niente con “il moralismo della cultura” – un atteggiamento sciocco, un’ingenua sacralizzazione del fatto artistico che con i moralismi non c’entra proprio – bensì con una costatazione oggettiva dei suoi risultati: la letteratura offre al lettore la conoscenza di sé stesso e del mondo, passando attraverso tutte le sfumature comprese tra il sordido e il sublime (che alla fine si toccano e si confondono, pensa a Baudelaire, a Poe, a Jean Genet o a Bukowski). La sua “mostruosità” è rivelazione, è lo svelamento della materia umana grezza e reale, che strappa le maschere sociali, che fa sciogliere nell’aria le illusioni stucchevoli e false sull’uomo. Il risultato è sempre fruttuoso. Adorno diceva che proprio perché l’opera d’arte è in grado di incarnare l’orrore senza fare compromessi, essa serve alla libertà.

Ripetiamo ogni giorno il mito di Adamo: mordiamo la mela dell’albero della conoscenza e ci facciamo cacciare dal paradiso, per così renderci liberi di partire e andare a scoprire oltre i vecchi confini il vasto mondo, e cambiarlo, e trasformarlo in qualcosa che assomiglia a noi stessi. Non è stato questo in fondo il peccato di Adamo, il “vizioso e mostruoso” peccato originale? Voler conoscere? Ribellarsi contro il non sapere?

La letteratura sarebbe anche ambigua? Sì, certamente. È ambigua, contradditoria, paradossale, indistinta, a volte subdola, a volte caotica, ma è proprio questa la sua ricchezza, il celebrare il dubbio in confronto alle fragili certezze della fede e della scienza. Il suo compito è evidenziare il fatto che ogni soggettività ha le sue ragioni e non esistono verità oggettive, non è possibile una mimesis pura, poiché tutto è versione, impressione, sensazione, delirio, miraggio, intuizione, e per fare i conti con l’impalpabile la letteratura ha sviluppato delle strategie molto efficaci, come la frammentazione dei discorsi, le stilizzazioni, i collage, il montaggio che ha assorbito dal cinema, le ellissi, le metafore interne e quelle estese, i parallelismi e i contrappunti.

D’altra parte, niente fa più male alla letteratura che “i buoni sentimenti”, soprattutto se per confermare le false semplificazioni devono nascondere e negare la complessità, quella stessa complessità che trasforma un sorriso in problema, il torpore in crisi.

Un esempio per tutti: come faremmo a conoscere il Male se non attraverso le opere letterarie? All’infuori delle situazioni storiche in cui prevale il “male assoluto”, che per fortuna sono rare nel nostro quotidiano, la vita normale ci presenta del Male solo le sue tracce, ombre, lampi. Del Male la scienza non se ne cura, la fede si limita a condannarlo, la filosofia specula sulla sua essenza astratta, ma solo la letteratura lo materializza in atti e in personaggi. Il Male trascende l’ambito dell’etica, che vuole imprigionarlo, e si alberga dentro la vita. A volte penso se non sono state proprio le narrazioni poetiche e le sue grandi metafore, come il Faust , I fiori del Male, il Malleus Maleficarum, il Mephisto, il Ritratto di Dorian Gray, il Moby Dick, il Doctor Faustus, il Delitto e castigo di Dostoevskij o le riflessioni su questo argomento di Primo Levi, di Simone Weil o di Hanna Arendt a crearlo e perfezionarlo nella sua versione occidentale. Sì, perché sappiamo che, in questi fenomeni culturali e antropologici, in partenza è la cosa in sé a ispirare la creazione, ma a partire da lì sono le opere dello spirito a modellare il fenomeno, a suggerire come e dove e quando e verso chi deve manifestarsi. Il Male era qualcosa di perversamente grandioso fino a quando non si è scoperta la sua “banalità”, e a partire da allora non è più possibile vederlo diversamente – e forse nemmeno praticarlo diversamente. La sua volgarità è diventata condizione per la sua espansione collettiva, virale, insita nei veicoli di comunicazione di massa.

La “disarmonia con la realtà”, descritta da Montale nelle sue Confessioni, è il presupposto essenziale dell’artista e più in generale dell’uomo moderno, almeno dalla metà dell’Ottocento in poi, quando è sopravvenuto lo spleen e la visione cupa e angosciosa che impregnava molte delle grandi opere del periodo. Questa frattura esistenziale si è aggravata con il massacro insensato della Grande Guerra, e The Waste Land e Niente di nuovo sul fronte occidentale ne sono opere emblematiche. C’è un’accelerazione del nichilismo a partire dalla Marna, dal Verdun, da Caporetto, che progredisce fino ai nostri giorni, in mezzo al caos urbano, alla disuguaglianza sociale, alla violenza, alla corruzione politica e ai meccanismi tecnologici di controllo che ci hanno fatto dormire con le utopie e svegliarci dentro una distopia. Dopo le trincee sono venuti i totalitarismi, gli stermini, così miracolosamente presentiti da Kafka, che resero ogni individuo una vittima potenziale della comunità a cui credeva di appartenere. All’uomo è stata sottratta qualsiasi identità, e non è un caso che i personaggi di Kafka al posto del nome abbiamo solo un’abbreviazione, a volte un’unica lettera. Con i totalitarismi, l’uomo ha scoperto, esterrefatto, lo straordinario potere dell’ignoranza. Nel tempo, i totalitarismi hanno cambiato pelle e oggi non ricorrono più alla violenza del sangue, ma in realtà sono diventati totalitarismi più invasivi: cercano di conquistare le menti offrendo il contentino di una vita materialmente soddisfacente. Attraverso quel contentino molti non si accorgono di aver abboccato e di aver ceduto la parte più ricca di sé. Sono totalitarismi molto più pericolosi, perché blindano il pensiero, appagano la gente invece di vessarla e impediscono che si giunga a desiderare qualcos’altro.

Tornando a Montale, non è un caso che lui menzioni il Fascismo e la guerra come concause del distacco. Ma poi aggiunge il termine “infelicità”, che è qualcosa di più indefinibile, un malessere diffuso, che ha a che fare con lo iato tra il progetto di sé e quello che di fatto avviene. Nelle parole di Drummond de Andrade, con «ciò che potrebbe essere stato ma non è stato».

Questa «disarmonia» si è ulteriormente aggravata dopo il tempo di Montale. Il conformismo e l’appiattimento del consenso non hanno fatto altro che segregare sempre di più l’uomo sensibile, di gettarlo in fondo al pozzo di una solitudine essenziale, ontologica, che non può essere comunicata tanto è profonda e totale. Solo il silenzio è in grado di rappresentarla, ma il silenzio non può contrastarla, e così niente è in grado di fermare quel gigantesco brusio, quel chiacchiericcio infernale. L’uomo silenzioso e depresso è assediato giorno e notte (forse dovrei dire “notte e notte”) da questo chiasso diabolico.

Montale, sommessamente, pone la colpa nel carattere introspettivo della natura poetica. Io invece sposterei questa colpa a quello che è diventato il mondo: una sorta di trappola camuffata dal frastuono continuo, che ci stordisce. A questo serve per esempio la pubblicità, più che a vendere prodotti o a creare desideri sterili, serve a stordirci, a rimbecillirci. Il poeta, più vulnerabile a questo assalto e allo stesso tempo consapevole o almeno sospettoso della trappola, con i nervi già a fior di pelle, certamente non ha colpe. È una vittima sacrificale, una cavia dello spirito dei tempi, e mi ricorda gli uccellini che i minatori portano in fondo alle miniere perché con il loro comportamento segnalino gli effetti mortali dei gas inodori.