Di spin, poesia, pace, guerre e repubblica

Intervento di Pina Piccolo per l’evento “La pace è in fiamme” organizzato il 2 giugno a Reggio Emilia dall’associazione Eutopia

La prima parte è stata pubblicata nella plaquette “La pace è in fiamme” a cura di Exosphere OPoesiArtEventi, Associazione Culturale. Ringrazio Met Sambiase per l’invito.

L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro: parte I

 

L’ITALIA è una repubblica fondata sul lavoro.

 

L’Italia è una REpubblica fondata sul lavoro

 

L’Italia è una rePUBBLICA fondata sul lavoro

 

L’Italia è una repubblica FONDATA sul lavoro

 

L’Italia è una repubblica fondata sul LAVORO

 

Questo è il motivetto che mi passa per la testa questo due giugno in cui come dice il titolo di questo evento “La pace è in fiamme”. Adesso facciamo un bel centrifugato di parole, e vediamo che cosa ne esce. In inglese, ruotare centrifugare si dice “spin” Nella lavatrice c’è lo “spin cycle” cioè quella che in italiano si chiama centrifuga. Negli ultimi 15 anni negli Stati Uniti si è diffusa l’espressione “to spin” nel senso di dare un’interpretazione interessata o fuorviante a una notizia, un evento, un’analisi. Esistono quelli che vengono definiti “spin doctors “ o “spin masters” cioè i “maestri dello spin” in genere giornalisti, esperti, preferibilmente dell’etnia dei “mezzibusti”. Oltre ai soliti esperti e agli invitati fissi dei talk show, attualmente in Italia chi ci governa fa parte di questa etnia, che è succeduta a un’altra dinastia che con grande maestria applicava un tipo leggermente diverso di spin. Chi ci governa attualmente è solo un mediocre spin master, che sta affastellando nella centrifuga concettuale e semantica due o tre dei grandi temi che in questi mesi si affacciano con insistenza negli incubi degli “italiani” e delle “italiane”: A) il lavoro, appunto articolo1 che è il motivetto che mi gira per la testa; B) la guerra, articolo 11 (da collegare di nuovo con il titolo di questa iniziativa), C) la scuola articolo 34, che dovrebbe essere implicitamente collegato a prese di coscienza e di conoscenza tali da avere ripercussioni sui 2 articoli precedenti. Il governo spin master ci propina un mortifero beverone centrifugato (per passare a un prodotto alimentare che negli ultimi mesi sta ottenendo un certo successo nel mercato italiano, specialmente tra i salutisti) contenente le vitamine A, B, C in proporzioni da loro designate, il quale secondo la loro versione dei fatti dovrebbe fortificarci e farci uscire dalla crisi. Ma in realtà, guardando oltre lo spin, si tratta non di un beverone salutista ma di un carburante per alimentare quelle fiamme di cui appunto si diceva.

 

Per essere giusti non sono solo questi ultimi “spin masters” che ci hanno condotto in questo territorio infido. Il terreno era preparato da tempo ma le cose si sono acuite dal 2008-9, dal momento dello scatenarsi della crisi finanziaria prima negli USA e poi a livello globale. Quindi prima di passare a un tentativo di dividere questi elementi centrifugati per cercare di avere una certa chiarezza, vorrei iniziare con una poesia che avevo composto in relazione a quella crisi, un anno dopo, prendendo spunto dai 200 anni dalla nascita di Darwin, che in un certo senso segnano uno spartiacque a livello intellettuale scientifico:

 

 

 

Canto del caos

 

Nel duecento dopo Darwin

quando gli angeli del caos

inseminati nello sfacelo del soldo

s’alleano con gli atomi di carbonio ribelli

e il DNA antico in preda alla follia

piomba nel tranello dei finti estrogeni

dimentico dello spartito

sinfonico del corpo

e cullato nell’oblio

si riproduce a iosa

e la fame divora

i muscoli del bimbo

mentre dalla corda

di Monsanto

pende il corpo del padre

contadino

e la traiettoria del proiettile

denso di metalli esplosivi ed inerti

incontra il danno collaterale

a migliaia

ed esterrefatta

in esso s’annida e scoppia

e ride la iena

dell’esperimento

e a milioni languiscono

nelle strade

teste di belle

addormentate per sempre

affiorano dalle macerie

invece dei crochi gialli

di primavere forieri

 

Quando gli angeli del caos

sguainando  spade di fuoco

ardono la finta tranquillità

della vita da schermo

e s’affievolisce il tepore

delle tane

e scorre il sangue

e i sangui si mischiano

mentre i cuccioli d’uomo

disegnando teschi

inneggiano alla morte

talvolta appiccando fuoco

a indiani dormienti

nei depositi fatiscenti

delle nostre magnifiche sorti e progressive

dal calderone del pianeta gelido e infiammato

per  sessant’anni  tenuta

alla catena

s’innesca  la crisi

e nel suo canto di sirena tutti ci avvolge

 

Di whistleblowers, poeti e la necessità di una nuova letteratura -Parte II

 

“Per sessant’anni/ tenuta alla catena/s’innesca la crisi/ e nel suo canto di sirena tutti ci avvolge.”

Allora, ritornando al tema della giornata “La pace in fiamme”, quando ho scritto questa poesia ho utilizzato uno slittamento semantico servendomi forse inconsciamente dell’espressione “Si è scatenata una guerra”, un modo di dire comune, che denota una cosa improvvisa, un rompersi di catene miracoloso, che niente ha a che fare con un lavorio precedente. Parte di questo lavorio precedente, non sono solo le parole ma anche le immagini. E ieri l’immagine che avrebbe dovuto dominare l’immaginario collettivo degli italiani e delle italiane di questa Repubblica fondata 69 anni fa (sempre quello la cui identità di cittadino dovrebbe essere all’insegna del lavoro, della pace e dell’istruzione) era quella del giovin rottamatore, Presidente del consiglio in tuta mimetica in Afghanistan.

Ma per fortuna a contrastare questo “spin” visivo a volte intervengono quelli che non ce la fanno a non divulgare i segreti, quelli che in inglese si chiamano “whistle blowers”, cioè quelli che si prendono la briga si segnalare al pubblico, attraverso un fischietto da arbitro che, fuori dalla visuale del pubblico, chi è al potere sta commettendo un fallo. Ora è un fatto strano che questa parola “whistleblowers” e l’immagine ad essa associata abbiano in inglese una connotazione positiva, di rigore etico che li porta ad agire pur soffrendone le amare conseguenze, mentre in italiano il termine viene tradotto con termini quali “talpa, spione, informatore, delatore interno, gola profonda”; non esattamente una cosa di cui andare fieri. Comunque, Julian Assange di Wikileaks, un discendente contemporaneo di quella stirpe che vede il proprio capostipite in Daniel Ellsberg, dei Pentagon Papers che furono fondamentali nel minare il sostegno del pubblico statunitense alla guerra del Vietnam, proprio una settimana fa ha divulgato documenti segreti dell’Unione Europea, pubblicati poi sull’Espresso e in varie altre testate, che forniscono i particolari della prossima guerra che sarà combattuta, quest’estate, nel Mediterraneo, partendo dalla presunta necessità di distruggere i barconi e fermare quella che Matteo Renzi, alcuni giorni fa ha definito “la nuova tratta degli schiavi”. In una lettera aperta stilata e firmata inizialmente da trecento esperti e studiosi del fenomeno migrazione nel mediterraneo, provenienti in gran parte dalle più prestigiose università a livello mondiale, gli autori si sono soffermati in particolare sullo“spin” firmato Renzi, che opera uno slittamento semantico per cui i contrabbandieri libici diventano “operatori della tratta del 21 secolo” e come tali “devono essere consegnati alla giustizia”, riportando l’immagine alle coste dell’Africa Occidentale che fu teatro della riduzione in schiavitù di centinaia di migliaia di africani che nel corso di tre secoli furono catturati e forzatamente trasferiti dalla propria terra per lavorare come schiavi nelle piantagioni degli Stati Uniti, del Brasile e dei Caraibi. Gli studiosi affermano che “tentando di distruggere le reti di trasporto dei profughi senza mettere a disposizione rotte alternative sicure per uscire dal nord Africa, l’Europa tenta di limitare i movimenti degli africani con azioni che evocano quelle degli schiavisti del passato.”

Di nuovo un esempio sia di “spin” nella grande centrifuga linguistica si mescolano parole come contrabbandiere, schiavista, tratta umana” e voilà un prodotto confezionato su misura per risolvere i problemi e far scatenare una guerra che vorrebbe porre fine una volta per tutte all’arrivo di questi sgraditi “umani che arrivano alle porte d’Europa” attraverso il Mediterraneo, una specie di danno collaterale del neoliberismo, in fuga da guerre, dittature, effetti del neocolonialismo, miseria acuita dai cambiamenti climatici, etc.

Quando Met Sambiase mi ha contattato invitandomi a questo evento, sono stata all’inizio titubante perché non mi riconosco moltissimo nel movimento pacifista in sé anche se è da quando avevo 14 anni che vado a marce contro la guerra; ho collaborato al primo grosso progetto di poeti nella rete contro la guerra, “Poets Against War” nel 2003 lanciato dal poeta Sam Hamill mentre gli Stati Uniti si apprestavano a scatenare la guerra in Iraq, dopo averlo già fatto qualche anno prima in Afghanistan. Alcune di quelle poesie che facevano parte di quel progetto sono state pubblicate nei due volumi di “Not in my name” da Exosphere e verranno lette oggi. Avendo passato lunghi anni negli Stati Uniti e avendo tra le mie prime memorie di bambina quella di dover scattare, correre a nascondermi sotto un tavolo quando suonava l’allarme per allenarci a come reagire durante un presunto attacco nucleare sovietico, il famoso “duck and cover” cioè “rannicchiati e copriti” efficace difesa contro la “bomba” sono cresciuta al pari di tanti della mia generazione pensando che prima o poi un attacco nucleare ci avrebbe fatto fuori tutti. Quando sento la parola pace, la prima cosa che mi viene in mente è una pace aggettivata cioè la pax americana, la pax romana, che di pace non conserva granché per la maggior parte dei popoli al di fuori del cuore dell’impero. Quando penso alla parola pace come “assenza di guerra” mi vengono in mente le mille connivenze e i piccoli trucchi di chi è alleato con il potere vincente, mi viene in mente la guerra dei Balcani, quelle precedenti e successive in cui sia i governi di centrodestra e centrosinistra che si sono succeduti negli anni si sono aggregati con entusiasmo alle missioni esplicitamente di guerra statunitensi. Mi vengono in mente le missioni di “pace” che hanno visto migliaia di soldati europei e statunitensi, australiani, canadesi, indiani , camerunesi, etc. in assetto di guerra, armati di tutto punto pronti a garantire la pace con proiettili e lanciarazzi. Mi viene in mente, in poche parole la sovversione della parola pace, la cui essenza forse come genere umano non abbiamo mai sperimentato, almeno non siamo ancora in grado di avere prove inconfutabili di come potrebbe essere stato un periodo del genere, oltre ai miti dell’età aurea, o di certe ricostruzioni, specialmente ad opera della Gimbutas, sulle società neolitiche matriarcali.

Ma al di là di questa mia personale resistenza verso la parola pace, come attivista nel mondo della poesia mi sento in dovere di considerare insieme a tanti altri e altre che scrivono, quale potrebbe essere il ruolo di persone che maneggiano le parole in versione poetica nel produrre lavori che servano da correttivo allo “spin” di cui parlavo, antidoto alla retorica dei politici che si serve di slittamenti semantici per propagare la propria agenda di disumanizzazione. Mentre lo spin serve a distorcere, ad occultare, lo slittamento poetico potrebbe invece servire a mettere in evidenza verità che non emergono, che ci sfuggono fino a quando per una metonimia o una metafora non ci si presentano chiare, lampanti davanti agli occhi. Come può la parola poetica contribuire a farci “restare umani” e riscoprire forse aspetti sconosciuti della nostra umanità, quando tutto va nella direzione della disumanizzazione? E francamente penso che ci troviamo ad affrontare un mondo che è abbastanza diverso da quello descritto da Elsa Morante nell’opera “Il mondo salvato dai ragazzini”, di cui ci si occuperà in questo incontro, cioè un mondo che a differenza di quello del 1968, anno in cui fu scritta quell’opera, ha raggiunto una fase diversa dello sviluppo del capitalismo, un mondo in cui il ruolo giocato dalla tecnologia è maggiore è più capillare, un mondo in cui gli stati nazionali si stanno dissolvendo e a spadroneggiare sono i capitali finanziari, le multinazionali che non hanno necessariamente una “fedeltà” ad un territorio nazionale. Già abbiamo “stati falliti” come la Somalia e la Libia, forse prossimamente anche la Siria, per non parlare dell’Iraq. Emergono nuove formazioni ed organizzazioni umane, poliziotti robocop, droni che uccidono a distanza senza neppur dover sorvolare di persona sopra le vittime. Ci arrivano in continuazione  nuove scoperte dal mondo dell’archeologia e delle antropologie che sconvolgono ciò che avevamo dato per scontato come evoluzione della storia umana. Che cosa significa tutto questo per noi che scriviamo poesia, che ripercussioni ha sul nostro modo di maneggiare le parole, di adeguare i codici ai cambiamenti, etc.?

La grossa svolta letteraria che mi viene in mente che potrebbe essere paragonata alle necessità che ci troviamo ad affrontare oggi è stata quella del Modernismo in Europa, che ha dato avvio a tutta una serie di cambiamenti radicali nei codici, negli stili, nella diversità di idee su cosa significa arte ed il ruolo dell’artista. E quel grosso cambiamento e varietà di proposte ha avuto legami inscindibili con la Prima Guerra mondiale. E’ da quei fermenti e quelle situazioni reali, che lo sforzo di verità nell’arte ha prodotto poesie come quelle di Ungaretti “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” scritta in trincea, la cui struttura era stata dettata da necessità contingenti, come mancanza di carta e non un capriccio dell’autore, come ebbe a dire Ungaretti stesso in varie interviste. Mi vengono in mente le poesie di Wilfred Owens and Siegfried Sassoon che contribuirono a scioccare tutta l’Inghilterra con la loro descrizione cruda e veritiera della guerra. E a partire da quegli anni venne smontato tutto l’apparato letterario ottocentesco che ormai non aderiva più alle esigenze di scrittori e lettori.  Molti degli artisti che diedero avvio a quelle correnti furono artisti giovani, quasi ragazzini. E oggi, ritornando al titolo dell’opera di Elsa Morante, i ragazzini che salveranno il mondo, saranno probabilmente ragazzini e ragazzine che vengono da diverse parti del globo e agiscono con complicità per assicurarsi la sopravvivenza creando un nuovo mondo, e contemporaneamente elaborando una nuova estetica transnazionale, un po’ come si è visto nel film “Io sto con la sposa”, in cui oltre alle finte nozze si sposano realmente le sensibilità di un poeta, di un giornalista e di documentarista e quelle dei profughi/”Invitati”/ attori.  Già forse sono in moto i focolai di nuovi modi di fare letteratura e poesia, e sebbene stentiamo ad intravederne i contorni, trovo personalmente stimolante poter far parte di questo momento storico/letterario.