La posizione, di Julio Monteiro Martins

In questo giorno di dolore per i risultati delle elezioni in Brasile, propongo un testo scritto dal compianto Julio Monteiro Martins, che riguarda un suo amico torturato e ucciso negli anni della dittatura militare in quel paese. Jair  Bolsonaro ha espresso ammirazione per quegli anni, ma già da ieri sera si prepara nel paese una forte resistenza, quella di cui Marielle Franco è stata una gloriosa rappresentante.

 

                         LA POSIZIONE

 

Il mio amico Pedro è morto con la testa in giù, come una gallina o una frutta matura.

I suoi piedi erano annodati con una grossa corda, che penzolava da un gancio nel soffitto. Le sue mani erano legate e quasi toccavano il pavimento.

Pedro era nudo, e il suo corpo nudo e nobile sembrava una statua di un palazzo in demolizione.

Di quando in quando Pedro era spinto come un pendolo, marcando lui stesso i suoi secondi di agonia.

La sua faccia era rossa.

I suoi piedi erano bianchi.

Il dolore cominciò dalle gambe, e prese la colonna e la testa come fosse un acqua che scorre.

Il pavimento si avvicinava nella misura in cui le vertebre si allontanavano le une dalle altre.

Mentre pendolava, Pedro riusciva a pensare solo:

Che sua moglie, sua madre e i suoi figli in quel momento sarebbero a vomitare disperazione.

Che era stata una fortuna che non ero con lui quando è successo il fatto.

Che esisteva la legge di gravità.

Che forse era l’unica.

Che avrebbe avuto bisogno di un’ambulanza o di un dottore.

Che non aveva l’assicurazione medica.

Che sarebbe stato la notizia di tutti i giornali del giorno dopo.

Che invece non avrebbe fatto nessuna notizia.

Che gli piacerebbe essere un elastico.

Che gli piacerebbe non esistere.

Che forse non era già più nessuno.

Che erano mesi che era in quella posizione.

Che forse qualcuno avrebbe scritto o dipinto tutto quello.

Che fuori pioveva.

Che non serve contenere i fiumi, se non si può fare smettere di piovere.

 

Questi erano i pensieri che si sovrapponevano nella testa di Pedro, come macchine nel traffico. Ma Pedro non sapeva:

Che sua mamma era morta durante la notte.

Che fuori c’era il sole.

Che erano poco più di dodici ore che era in quella posizione.

Che non sarebbe mai uscito vivo da quella posizione.

Che nessuno sapeva dove era.

Che in fondo, tutti sapevano dove era.

Che i suoi piedi già erano in cancrena, per mancanza di circolazione.

Che il suo pene era eretto, con il sangue concentrato.

Che era il giorno della partita di fine campionato.

Che tutti facevano il tifo per la sua squadra.

Che io avrei scritto questa storia.

Che puzzava come un maiale.

Che uno dei suoi occhi era saltato dall’orbita.

Che sarebbe passato come suicidio per rimorso.

Che il suo sangue avrebbe subito lo stesso miracolo del pane.

 

Qualcuno suggerì che si legasse un parallelepipedo alla testa di Pedro. Un parallelepipedo è un cubo di granito. Il granito è una materia con un’altra densità rispetto a quella che pendeva. E un altro pensò di gettargli addosso dell’acqua perché si svegliasse. L’acqua, di densità opposta a quella del granito, è venuta in mente per essere di temperatura più amena. E un altro ancora avvertì che l’uomo stava per morire, e che non aveva nessun interesse nella sua morte. Della morte ignoro più di ogni altra cosa la densità, temperatura o volume.

Da mezz’ora Pedro aveva cessato di sentire le voci. La saliva cremosa che scorreva dalla sua bocca raggiungeva la radice dei capelli.

La sua faccia era viola.

I suoi piedi erano viola.

Gli uomini allora presero coscienza che stava davvero morendo. Uno di loro salì su una scala, prese il corpo di Pedro per la vita e lo girò repentinamente nella posizione normale.

Fu nel momento esatto in cui la testa del mio amico Pedro esplose come una bomba.

O

Fu quando il mio amico Pedro riunì le sue ultime forze per sputare nel bel mezzo di quella faccia inespressiva che lo fissava

O

Fu il tempo che rimase affinché il mio amico Pedro domandasse a chi sarebbe riuscito ad ascoltare la sua debole voce: “ Avete figli voi?”

O

Fu quando il suo cervello fece svanire insieme al sangue un’ultima e silenziosa idea, che avendo fine lui o tutti gli uomini, tutto sarebbe continuato a essere molto relativo.

O

Fu quando percepì un notevole miglioramento e si azzittì. Senza sapere che metà del suo corpo era già in cancrena. Senza immaginare il discreto appostamento di tutti gli insetti.

O

Fu quando si sentì slegato e caricando il resto della vita dalle sue mani al collo, terminò il servizio che quegli altri avevano lasciato incompleto. Così era Pedro, gli piaceva la competenza. E così Pedro era, non lasciava nulla incompleto.

E nulla lasciò incompleto, poiché il tempo è il migliore dei complementi.

Anche se è un tempo che muore a testa in giù, come una gallina o una frutta matura.

 

Julio Cesar Monteiro Martins

(traduzione di Alessandra Pescaglini)