Le ricadute ecologiche: Voci dall’Ucraina di Anna Badkhen, Iya Kiva, Zarina Zabrisky, Igor Bobyrev, Charles Digges, Oleksiy Vasyliuk

Traduzione dell’articolo a cura di Anna Badkhen apparso in inglese in Emergence Magazine . Traduzione italiana dall’inglese di Pina Piccolo.

LE RICADUTE ECOLOGICHE

Voci dall’Ucraina

di Anna Badkhen et al.

 

23 febbraio 2023

Come scrivere delle conseguenze ambientali di una guerra continuativa e ancora in corso? Nei primi otto mesi dopo il lancio dell’ultima invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, il 24 febbraio 2022, il Ministero ucraino per la Protezione dell’Ambiente e delle Risorse Naturali ha registrato 2239 casi di danni ambientali che si possono attribuire alla guerra. Il ministero ha dichiarato che i combattimenti hanno messo  a repentaglio un quinto delle aree protette dell’Ucraina e circa 600 specie animali e 750 specie di piante e funghi.  Secondo le stime del governo ucraino più di 1700 chilometri quadrati di foreste si trovano all’interno di zone occupate o in cui sono in corso ostili, e 63 foreste distinte si trovano sotto occupazione. Parlando al vertice sul clima COP27 lo scorso novembre, il ministro Ruslan Strilets ha stimato il danno ambientale in oltre 39 miliardi di dollari. “I russi”, ha  affermato Strilets, “hanno trasformato le nostre risorse naturali in basi militari”.

L’Ucraina è oggi uno dei Paesi con il maggior numero di mine al mondo. Come gli Stati Uniti, la Russia non è tra i firmatari del Trattato per la messa al bando delle mine antiuomo del 1997, mentre l’Ucraina lo è. Eppure Human Rights Watch ha riferito a gennaio che le forze ucraine hanno sparato mine a farfalla contro le truppe russe durante l’occupazione russa di Izium. Altrove, continuano a ticchettare ordigni inesplosi nelle foreste, sulle spiagge, nelle strade, dentro il mare; alcuni di questi dispositivi potrebbero non esplodere prima di decenni. Cosa succede all’ambiente quando lo si fa esplodere? Quali sono le conseguenze chimiche a lungo termine degli “incendi nei depositi di carburante”, dei “serbatoi di sostanze chimiche pericolose saltati in aria”, dei “gasdotti danneggiati”, delle “navi distrutte nell’area del Mar Nero”? Quando sapremo se si sono verificate fuoriuscite di idrogeno solforato  nel Mar d’Azov in seguito ai continui bombardamenti russi sull’acciaieria Azovstal di Mariupol e, in caso affermativo, in che quantità? Chi può calcolare i danni ecologici provocati da nove anni di guerra nella regione carbonifera del Donbas? Cosa c’è nell'”acqua salmastra e salata” di Mykolaiv che, secondo quanto scrive Tim Judah sulla New York Review of Books, “non è potabile e corrode le tubature – provocando perdite ovunque”, e cosa può provocare quell’acqua tossica alle persone, alle piante, agli animali e al suolo che vi entrano in contatto, e per quanto tempo continuerà a farlo? Perché gli scienziati  e i fisici nucleari hanno spostato la lancetta del  Doomsday Clock di dieci secondi in avanti? E qual è l’impatto della devastazione ecologica – e della sua incessante minaccia – sull’anima e sulla mente? “Ogni guerra è tossica e distrugge l’immagine del mondo in cui vivono determinate persone”, mi ha scritto da Leopoli la poeta Iya Kiva.

È impossibile valutare realmente i danni ecologici immediati e a lungo termine di una guerra che non ha fine, in un Paese pesantemente minato dove il bilancio dei morti e dei feriti aumenta ogni giorno e la distruzione mirata delle infrastrutture equivale a un ecocidio. Se la guerra è un drago, come scrive Zarina Zabrisky, allora possiamo solo vedere la terra che il drago ha già bruciato, nominare le vittime che ha già divorato. Siamo solamente in grado di vedere delle istantanee, una squama qui, un artiglio là. Possiamo solo ipotizzare la magnitudo potenziale e selvaggia della cosa.

Istantanee, dunque. Ho chiesto a cinque scrittori – poeti, giornalisti, ecologisti – di raccontarci ciò che vedono: dalla Foresta Rossa della Zona di Esclusione Nucleare di Chernobyl contaminata, dallo studio di un artista a Odesa, da Lviv, da Izium, da un appartamento nella Donetsk occupata… Spero che i loro contributi, qui presentati, riescano a offrire una sorta di testimonianza panoramica, un orientamento scheggiato dei tempi.

In questo pezzo composito rileviamo una macabra cineografia. Alcuni dei danni già inflitti sono irreversibili. E possono ancora peggiorare. Che questo lugubre mosaico serva da monito piuttosto che da nenia funebre.

-Anna Badkhen, febbraio 2023, Philadelphia

 

ECOCIDIO

La guerra è sempre la fine del mondo. Quel paesaggio che descriviamo come “il mio Paese”, “la mia città”, “la mia casa”, subisce continuamente un processo mortifero, mentre le persone che lo abitano posseggono ancora  qualche possibilità di trovare sicurezza. Di fronte alla guerra, la natura è sempre indifesa e disarmata. Poiché, ad esempio, alberi, erbe e fiori non possono estrarre le proprie radici dal suolo ucraino, non sono in grado di fuggire verso luoghi più sicuri, trasformandosi in rifugiati. È proprio per questo che gli scatti di alberi feriti, spezzati, carbonizzati e distrutti sono i segni di morte attraverso i quali tutto il mondo riconosce una guerra. Esiste qualcuno preposto a  contare il numero di piante uccise e ferite in una guerra? Temo di no. È possibile ricostruire un solo albero abbattuto? No, non possiamo fare altro che piantarne uno nuovo. Se la terra ce lo permette, se la terra ci perdona. L’ambiente non ha la possibilità di vincere una guerra, perde sempre. E le perdite degli ecosistemi e dei processi che si instaurano nelle biocenosi sono innumerevoli e irreversibili, perché tutto ciò che la guerra può fare è violentare il corpo della terra, riempiendolo di razzi, granate, bombe, mine, armi, attrezzature militari come se fosse la vagina di una donna. Così che per molto tempo ancora, per anni e anni, la terra non potrà partorire, non potrà offrire una dimora agli esseri viventi, non potrà ospitarli. E nessuno di noi sa quando la terra troverà la forza di riprendersi, o se si riprenderà del tutto. La spina dorsale verde delle nostre foreste, i denti forti delle nostre montagne, il corpo flessuoso dei nostri fiumi e dei nostri mari, la pelle delle nostre steppe, tenera come le erbe piumate che crescono lungo i fiumi, il respiro inafferrabile della nostra aria: sono tutti sporchi, deturpati e avvelenati dalla guerra.

-Iya Kiva, traduzione inglese dall’ucraino di Anna Badkhen.

 

 

LA VENDETTA DELLA NATURA

Mi sveglia l’urlo penetrante della sirena antiaereo, e  avverto il puzzo putrido di una palude di torba che brucia, il sapore aspro del metallo in bocca. Sono in Ucraina, a venticinque miglia dalla centrale nucleare di Chernobyl. L’aria torbida e il cielo pieno di fumo mi ricordano i giorni degli incendi della Baia di San Francisco: la maschera attaccata alla faccia, il prurito agli occhi, il respiro affannato. L’incendio nella zona di esclusione di Chernobyl rappresenta un rischio diverso, soprattutto qualora arrivasse fino alla Foresta Rossa.

Nel 1986, il peggior disastro nucleare della storia trasformò una pineta tre km a ovest della centrale in un orrore arancione, dorato e rosso ruggine. La polvere radioattiva trasportata dal vento uccise non solo le molecole di clorofilla degli aghi di pino, ma l’intero ecosistema, una complessa rete vivente di alberi, animali, uccelli, rettili e insetti. La leadership sovietica sapeva che se la Foresta Rossa fosse bruciata e avesse rilasciato le particelle mortali nell’atmosfera, anche altre aree sarebbero state colpite. Ma, nella fretta di seppellire gli alberi velenosi, i soccorritori dimenticarono di misurare la profondità della fossa che scavavano. La nuova foresta cresciuta sopra i resti della vecchia ha assorbito dalle acque sotterranee il cesio-137, lo stronzio-90 e il plutonio-238, -239 e -240. L’emivita del plutonio-239, la più tossica di queste sostanze radioattive, è di venticinquemila anni. Ciò significa che per i prossimi venticinquemila anni, qualora la Foresta Rossa dovesse bruciare ancora una volta, la morte inalabile verrà trasportata in lungo e in largo dal vento.

Nel 2022, durante l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina, i militari russi hanno scavato trincee nelle aree più inquinate della Foresta Rossa, a quanto pare ignari delle regole di condotta nel territorio contaminato. Hanno sollevato polvere di radionuclidi dalle profondità del suolo. I loro bombardamenti hanno scatenato incendi. Hanno dato la caccia a cervi radioattivi.

Serhiy Kireev, capo dell’agenzia governativa ucraina responsabile della sicurezza radiologica della zona di esclusione, mi ha confermato che lo scavo della trincea ha in tutta probabilità rilasciato isotopi di plutonio ed elementi transuranici ed è presumibile che alcuni di questi nuclidi siano finiti nel corpo dei soldati. Dopo l’incendio di Chernobyl si è verificata la combustione spontanea  in diversi villaggi abbandonati e nella foresta circostante. È probabile che i soldati russi abbiano inalato fumo radioattivo contaminato.

Nei racconti popolari, il bosco è il portale per il mondo dei morti, un misterioso regno popolato dalle ombre degli antenati e di creature mitiche. Nella tradizione ucraina, tale regno è protetto da un serpente volante di fuoco, il perelesnik e dalle anime dei bambini nati morti, i poterchata, dalle sirene Mavka e dalle streghe Solokha, dai maghi molfars e dai lupi mannari vovkulaks. Nel racconto horror gotico di Nikolay Gogol “Terribile vendetta”, che combina la storia cosacca con elementi fiabeschi e di folklore, un malvagio viola le leggi dell’umanità e l’armonia del mondo. La natura si rivolta contro di lui: “gli alberi, lo cingono nella loro selva oscura e come se fossero vivi, smuovono le loro barbe nere e tendono i loro lunghi rami, cercando di strangolarlo”. Nell’odierno e reale incubo della Foresta Rossa, la terra violata si è vendicata degli invasori, avvelenandoli con aerosol mortali che provocano malattie letali. L’antica tradizione si è allineata con la scienza e con la foresta stessa per proteggere la patria.

Penso ai ricami rituali ucraini. Ornamenti semplici. Simbolismo nascosto. Un albero: il trionfo della vita sulla morte. Gli aghi di pino: la vita eterna. Il colore rosso: sole, fuoco, sangue, vita. Purificazione dal male. La Foresta Rossa continua a vivere.

-Zarina Zabrisky

 

UN ARMAGEDDON DI ROUTINE

L’occupazione militare ostile di una centrale nucleare potrebbe significare la fine del mondo. Ma di recente Rafael Grossi, capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica delle Nazioni Unite, ha ipotizzato con allarme che non sia così. O almeno che non lo pensiamo più. Ciò che lo preoccupa maggiormente è che gli avvertimenti sul pericolo che la più grande centrale nucleare europea venga inghiottita dalla guerra in Ucraina siano diventati una questione di “routine”.

Dal marzo 2022, quando le truppe russe hanno occupato il complesso nucleare di Zaporizhzhia nel sud-est dell’Ucraina, Grossi ha cercato di negoziare un accordo tra Kyiv e Mosca per rendere l’impianto off limits agli assalti militari, ma non ci è riuscito. Ciò lascia vulnerabili sei reattori di costruzione sovietica, ciascuno con ottanta tonnellate di uranio al loro interno, e circa quindicimila depositi di combustibile nucleare esaurito. Sebbene questi reattori siano di concezione più moderna rispetto al dinosauro esploso a Chernobyl, sono comunque vulnerabili a fusioni simili a quelle di Fukushima, quando l’alimentazione dei sistemi di raffreddamento viene interrotta dai bombardamenti di artiglieria.

In tutta onestà, Grossi non può fare molto altro che presentare gentili richieste. L’AIEA è un organo di controllo sprovvisto dell’autorità di imporre nulla, tanto meno un cessate il fuoco. Ma tale impegno da parte dell’Agenzia costituisce un riconoscimento che il mondo si trova di fronte a una minaccia nuova e unica nel suo genere: il potenziale utilizzo di una stazione di energia atomica a mo’ di arma.

Non è esattamente quello che il Bulletin of Atomic Scientists aveva in mente a gennaio, quando ha resettato il suo famoso calcolo del terrore nucleare, il Doomsday Clock, a novanta secondi dalla mezzanotte, l’orario più vicino all’Armageddon a cui siamo mai arrivati. Ma il giorno del giudizio non si presenta sempre come una nuvola a fungo. La lenta progressione di un incidente radioattivo a Zaporizhzhia si presenterebbe in maniera più sottile, insinuandosi furtivamente nelle ossa di generazioni e diffondendo la contaminazione in Ucraina, in Europa e, ironia della sorte, in Russia, a seconda di come tira il vento.

Per prevenire una cosa del genere non bastano più carri armati, più truppe o più minacce. Si tratta piuttosto di un processo burocratico, che comporta noiosi negoziati su prosaici punti di sicurezza. Gli occhi tendono a velarsi dalla noia. Ed è proprio questo il timore di Grossi. Ma questa noia potrebbe risolvere uno dei pericoli centrali di questa guerra, uno che è indubbiamente di più vasta portata. In questo caso, riconosciamo la lentezza, la noia, la routine. E continuiamo a sperare che ne valga la pena.

-Charles Digges

 

 

ZONE DI DISASTRO ANTROPOGENICO

Quando gli ucraini parlano delle conseguenze ambientali della guerra, spesso citano le attrezzature militari distrutte. Ma anche se i carri armati e i veicoli militari bruciati offrono uno spettacolo impressionante, si tratta essenzialmente di semplici armature che lì restano e non andranno da nessuna parte. Quali sono invece i fattori che portano a un inquinamento davvero catastrofico?

Le truppe russe hanno ripetutamente commesso atti di ecoterrorismo, ad esempio, inviando missili da crociera in luoghi dove erano stoccate sostanze pericolose. Nei primi mesi di guerra, i missili russi hanno distrutto sia raffinerie di petrolio in uso sia numerosi importanti depositi di carburante in Ucraina. Hanno bombardato gasdotti e depositi di ammoniaca, magazzini di sostanze infiammabili e depositi di fertilizzanti chimici e almeno una trentina impianti chimici. Bruciare queste strutture le trasforma essenzialmente in armi chimiche. I razzi hanno anche distrutto impianti di trattamento delle acque nelle città ucraine.

Per munizione si intende un involucro metallico riempito di una miscela di sostanze chimiche. Durante l’esplosione, si verifica una reazione chimica all’interno del proiettile che rompe l’involucro metallico in piccoli frammenti. Un proiettile d’artiglieria da 120 millimetri esplode in un massimo di 2350 frammenti, mentre un proiettile di obice da 151 millimetri esplode in un massimo di 3500 frammenti, ognuno dei quali pesa più di un grammo. I diversi tipi di munizioni contengono vari tipi di combustibili ed esplosivi, ma tutti hanno al loro interno metalli pesanti e zolfo. I metalli pesanti si accumulano nel terreno, vengono assorbiti dalle piante e finiscono nel corpo umano, dove possono rimanere per decenni, causando potenzialmente disfunzioni gastrointestinali e renali, disturbi del sistema nervoso, danni vascolari, disfunzioni del sistema immunitario, difetti nei nascituri e cancro. Alcune delle sostanze chimiche contenute in un proiettile non si bruciano durante l’esplosione; ciò significa che lo zolfo può cadere direttamente sul terreno. Quando c’è nebbia, rugiada o pioggia, il vapore sale dalla terra, trasformando lo zolfo in acido solforico in grado di bruciare i semi, le radici delle piante e tutti i piccoli organismi che vivono nel terreno e sostengono la vita delle piante. Il vento trasporta l’acido in altre aree, dove ricade sul suolo come pioggia acida. Pensate ai campi di battaglia come a territori bruciati dall’acido. A prescindere dal luogo in cui esplodono i proiettili – nel posto in cui sono stati sparati, in un magazzino militare o persino all’interno di un carro armato – il 100% della composizione chimica delle munizioni finisce nell’ambiente, accumulandosi nel terreno e finendo nelle riserve idriche.

Le truppe russe distruggono intenzionalmente città e paesi. Milioni di case e infrastrutture bombardate nelle città distrutte sono diventate cumuli di rifiuti. La guerra sta trasformando regioni prospere ed ecologicamente sicure in aree di disastro antropogenico, inquinate come discariche di rifiuti chimici.

-Oleksiy Vasyliuk, traduzione inglese di Olga Livshin

 

“SENTO UN SUONO MOLTO DELICATO”*

Ai lati di uno stretto sentiero nella Izium liberata, si vedono scintillare in una fossa frammenti di bottiglie di vino verde smeraldo. La fossa si apre come la bocca di un mostro e vorrei scattare una foto. Ma un primo piano potrebbe costarmi una gamba, un braccio o la vita. I militari russi in ritirata stanno disseminando di trappole esplosive strade, campi e persino cadaveri per seminare la paura e impedire agli ucraini di tornare nella propria terra.

L’Ucraina è uno dei Paesi con il maggior numero di mine al mondo. Il 40% dell’Ucraina è minato – quasi 250,000 km2, al primo posto  della classifica di territori minati rispetto a qualsiasi altra  nazione, una porzione di terra grande come lo stato del Wyoming  negli USA [Ndt: per un confronto con un Paese europeo, si tratterebbe di un’area grande all’incirca quanto tutta la Romania]– sebbene i genieri ucraini abbiano rimosso quasi ottantamila mine e ordigni esplosivi a partire dal maggio 2022. Le mine terrestri hanno trasformato circa il 10% dei terreni agricoli di questo Paese, in gran parte agricolo, in campi minati. Gli ordigni inesplosi, non rilevati, restano mortalmente pericolosi per decenni. Le mine sottomarine distruggono la vita marina nel Mar Nero, dove mine e navi affondate hanno ucciso migliaia di delfini. Nei pressi della centrale nucleare di Zaporizhzhia, cinghiali, cani o volpi hanno innescato sei mine.

Guardo un’unità di genieri che sminano manualmente un campo nell’Oblast di Kherson. Si muovono lentamente, come se danzassero al suono delicato dei loro metal detector. Le mine estratte, ammassate accanto al ponte saltato in aria, sembrano denti di drago tutti seghettati, infernali semi metallici.

La guerra me la raffiguro sempre come un drago. Il drago brama l’immortalità. Distrugge la vita. I suoi denti vivranno nel terreno ferito, cresceranno in un esercito invisibile di assassini.

A Odesa, sul Mar Nero, l’artista ucraino Mikhail Reva scolpisce la guerra nel suo studio, traducendo l’indescrivibile in oggetti tridimensionali. La serie “Mondo Russo”: allucinazioni lovecraftiane provenienti dagli inferi, dense di simbolismo. Un orso grottesco e una matrioska, la matrioska russa, entrambi alti nove metri e realizzati con scarti di battaglia provenienti da Bucha, Hostomel, Irpin, Mariupol, Kharkiv. Per dare corporeità all’indicibile, Reva erige tumuli funerari con schegge di bombe a grappolo russe, pezzi seghettato di mine esplose, frammenti di razzi, parti di carri armati arrugginiti. Decostruisce l’abituale, deforma lo spazio stipandolo fino all’orlo di strutture grossolane. La guerra lacera il tessuto stesso dell’umanità; gli artigli ricurvi, le unghie dei piedi e i denti delle creazioni di Reva squarciano il regno mentale e scavano nell’inconscio, cercando di risolvere il puzzle della morte. Forme stridenti che fanno esplodere i significati calcificati.

Gli parlo del drago di guerra e lui lo vede. Utilizzando il tetto di un veicolo blindato russo trovato a Bucha, una città diventata simbolo delle atrocità di Putin e della resistenza dell’Ucraina, lo salda costruendo un teschio di drago alto quattro metri. Sono contento: la sua arte, come i racconti popolari, ci dà i mezzi per elaborare l’orrore. Fa rinascere il senso nel nostro universo collassato. Un rituale, un’iniziazione, una catarsi. Una rinascita. Un suono delicato.

-Zarina Zabrisky

 

120.000 UCCELLI

I territori conquistati dalle forze dell’esercito russo nel 2022 (compresi quelli già liberati dall’esercito ucraino) costituiscono più di un sesto dell’Ucraina. Sono situati lungo il confine, nel nord, nell’est e nel sud del Paese, zone che ospitano anche aree protette create dalla fine del XIX secolo. Nel 2022, le forze russe hanno occupato due riserve della biosfera, otto riserve naturali, diciassette parchi nazionali e più di novecento monumenti naturali. Al momento in cui scriviamo, la maggior parte di questi siti è ancora sotto occupazione russa.

La Riserva della Biosfera Askania-Nova, una delle più famose in Europa, è tra questi siti vulnerabili. Fondata nella steppa nel 1898, la riserva di Askania-Nova ospita numerose popolazioni di animali della steppa provenienti da tutto il mondo. Ha ospitato anche animali delle savane e delle grandi pianure come zebre dall’Africa, antilopi saiga e cavalli di Przewalski dall’Asia e persino bisonti dal Nord America. Comprende anche un arboreto che ha più di 130 anni.

Askania-Nova è stata candidata all’iscrizione nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Se la guerra la distruggerà, potrebbe essere impossibile ripristinare i suoi tesori naturali, mantenuti con cura dal 1898 al 2022. Al momento, gli ecologisti ucraini non sono a conoscenza di danni alla riserva.

Anche la Riserva della Biosfera del Mar Nero è attualmente sotto occupazione. Una delle prime aree degli Stati post-sovietici a ricevere la designazione di Riserva della Biosfera dell’UNESCO, questa riserva contiene laghi, isole e acque poco profonde che ospitano più di 700 specie di piante, fino a 3.000 specie di invertebrati e 457 specie di animali vertebrati; più della metà delle specie sono protette. In estate, la Riserva della Biosfera del Mar Nero diventa la più grande area di riproduzione per gli uccelli marini dell’Europa centrale. In autunno, è il luogo di sosta della più grande concentrazione di uccelli che dalle regioni settentrionali e centrali dell’Europa si dirigono verso l’Africa per svernare. Alcuni di loro rimangono qui per tutto l’inverno e la riserva diventa l’area di svernamento per un massimo di 120.000 uccelli, la più grande concentrazione di uccelli dell’Europa centrale. Complessivamente, tra i 300.000 e i 500.000 uccelli svernano lungo la costa ucraina del Mar Nero. Le azioni militari rischiano di alterare le condizioni naturali per la riproduzione, la migrazione e lo svernamento degli uccelli delle zone umide, colpendo decine di migliaia di animali.

Alcune specie di piante e animali sono a rischio di estinzione. La maggior parte degli ucraini impara alle scuole elementari che la nostra è l’unica nazione europea a possedere una ecoregione di considerevoli dimensioni formata da steppa, un’area che copre circa la metà del Paese. Quasi un terzo delle specie presenti nel Libro Rosso dell’Ucraina, l’elenco nazionale degli animali, delle piante e dei funghi in pericolo, si trova solo nella steppa ucraina. Lo stesso vale per un quinto delle specie protette da accordi internazionali in Europa. Ad esempio, la formica Tapinoma kinburni, e la Spalax arenarius una talpa  delle sabbie a rischio di estinzione  e ventuno specie di piante uniche in Ucraina si trovano attualmente in zone di combattimento.

Le forze russe utilizzano una quantità sorprendente di munizioni. Gli ex campi di battaglia sono paesaggi cancellati in cui vengono lasciati ordigni inesplosi e mine terrestri. Queste aree saranno probabilmente abbandonate per molto tempo. Durante questo periodo, la natura si riprenderà, il che potrebbe portare alla nascita di ecosistemi più selvatici e ricchi. Tuttavia, non ci sarà nessuno a combattere le pericolose piante invasive nei campi abbandonati e negli insediamenti distrutti. Di conseguenza, questi terreni diventeranno i più grandi vivai di piante invasive in Europa.

È troppo presto per dire cosa riserva il futuro postbellico agli elementi naturali dell’Ucraina. Ma una cosa è chiara: proprio come le persone, gli animali e le piante selvatiche non possono sopravvivere in luoghi dove esplodono le granate o divampano gli incendi. Gli animali selvatici fuggono dai loro habitat naturali e sono stati avvistati nelle città, dove hanno poche possibilità di sopravvivenza. I danni bellici agli ecosistemi segnano l’inizio di un degrado a lungo termine le cui conseguenze dureranno per decenni.

-Oleksiy Vasyliuk, traduzione inglese dall’ucraino di Olga Livshin

  • “I hear a very gentle sound”, citazione dalle parole della canzone “When the Music Is Over” di The Doors.

 

VELENO

La guerra non finisce quando cessano le battaglie. La guerra è un veleno ad azione lenta che colpisce il presente ma mira al futuro. Sparge il suo veleno sul suolo ucraino ogni giorno, ogni minuto, senza sosta.

Monossido di carbonio, anidride carbonica, formaldeide, vapore, ossido di azoto, biossido di azoto, azoto, vapori di acido cianidrico: ecco come suonano i razzi detonanti e i proiettili di artiglieria nel linguaggio della chimica. Anche l’ossido di zolfo e l’azoto dopo gli attacchi ai depositi di petrolio e agli impianti chimici. Anche il fosforo bianco delle munizioni sparate dalla Russia. Tutto questo finisce nell’aria, nell’acqua, nel suolo e nella catena alimentare, provoca reazioni chimiche e devasta l’ambiente. Niente di tutto questo aiuta a risolvere il problema del riscaldamento globale. Nulla di tutto questo, di certo, riguarda solo l’Ucraina, poiché il ciclo della materia non conosce confini di Stato.

Ci si sente sollevati ogni volta che un attacco alle infrastrutture ucraine non causa vittime umane, ma da una prospettiva non antropocentrica la situazione appare diversa, perché ogni attacco rilascia nell’ambiente sostanze chimiche, tossiche e talvolta radioattive. Dal 2014, le miniere nell’Ucraina orientale sono state allagate e l’acqua avvelenata delle miniere si è infiltrata nelle falde acquifere, nell’acqua potabile, nei fiumi e, quindi, nel Mar d’Azov. Questo non significa solo malattia e morte per l’acqua, ma anche malattia e morte per persone, animali, piante, microrganismi. Gli esseri umani e gli animali che non possono essere sepolti correttamente a causa dei continui bombardamenti passano da uno spazio di amore a uno spazio di pericolo, da esseri viventi a prodotti di decomposizione che avvelenano la terra.

La glorificazione mitologica della Seconda guerra mondiale, che ha soppiantato le storie di autentico orrore che si sono svolte sul territorio dell’ex Unione Sovietica, non lasciava spazio alla comprensione della guerra come enorme catastrofe ecologica. Ma oggi vedo la catastrofe con la stessa chiarezza con cui San Giovanni vide la sua Rivelazione.

-Iya Kiva, traduzione dall’ucraino di Anna Badkhen

 

 

SUGLI ANIMALI

questa poesia

me l’hanno commissionata

dei giornalisti che mi hanno chiesto

di scriverla

[per la loro rivista]

per raccontare la vita degli animali

parlare dell’ambiente

nella nostra regione

Ho pensato allora

di poterngliene parlare

o semplicemente pensarci

 

Ho rammentato il falco

che ho visto

nel cortile del palazzo accanto

l’estate scorsa mentre andavo al negozio

attraverso sempre questo cortile

per andare in quel negozio

perché [è il negozio più vicino

e inoltre]  faccio [molto] più in fretta in questo modo

[ed è inoltre più sicuro

soprattutto quando iniziano i bombardamenti

anche se questo autunno

il cortile è stato colpito

[e prima ancora è stato bombardato

alcune volte]

ma tutto sommato

è sempre più sicuro]

 

questa volta

ho attraversato di nuovo

il cortile

e dopo aver camminato per qualche metro

ho visto

un uccello disteso a terra

un evento molto insolito

un uccello di grandi dimensioni

con un bel piumaggio

pensai allora che si trattasse di un uccello da preda

che volava nel cortile

ed era morto qui

anche se forse prima è caduto

e poi è morto

Non lo so per certo

questo falco era sdraiato sulla schiena

mi sono avvicinato per

vedere meglio

e fotografarlo

fotografo sempre

uccelli e animali

soprattutto quelli rari

di recente ho fotografato degli scoiattoli

gli scoiattoli sono entrati nel nostro cortile

e dalla finestra li ho visti correre

ho pensato allora

che prima della guerra

non avevamo scoiattoli

e ora ce ne sono molti

in ogni cortile

comunque, mentre studiavo questo uccello

pensavo che neppure i rapaci

c’erano e prima

volavano altrove sopra le steppe

e ora sorvolano la città

ho pensato che fosse davvero strano

poi sono andato al negozio

e quando sono tornato

il falco continuava a rimanere sdraiato

ho pensato allora

che strano che nessuno lo abbia ancora preso

e mangiato

[il gatto non l’aveva mangiato]

una volta ho visto

un cane trascinare un gatto

a quanto pare il gatto non era vivo

ho pensato allora

che il cane lo trascinasse

per mangiarselo

in un luogo

tranquillo e un po’ appartato

dove nessuno potesse interferire

e quindi aveva bisogno di quel gatto

un paio di volte ho scacciato i cani

[che volevano attaccare i gatti

e in seguito li hanno attaccati a prescindere]

anch’io ho un gatto

e una volta all’inizio della guerra

se n’è scappato

è uscito in strada

ho cercato di riprenderlo per molto tempo, poi

non voleva tornare dentro graffiava spesso

allora l’ho lasciato nel cortile

e quando è arrivata la sera

il gatto è andato da qualche parte

e un branco di cani ha iniziato a inseguirlo

il gatto quindi è tornato correndo verso casa

e ha cercato di arrampicarsi sulla finestra

ma invece spaventato

si è arrampicato su un albero

che cresce davanti alla nostra finestra

quindi ho scacciato questi cani

ma il gatto era molto spaventato

e se n’è rimasto lì seduto fino al mattino

miagolando

e poi [era già mattina] ha fatto un balzo verso la nostra finestra

[al tempo ero molto preoccupato per lui

chiunque si sarebbe preoccupato per lui]

dopo questo incidente non gli ho più permesso di tornare nel cortile

dopo sei mesi

il nostro appartamento è stato colpito da un razzo

e abbiamo cercato a lungo il gatto

concludendo alla fine che fosse scappato

e quando lo abbiamo trovato

era nel bagno

tutto tremante era terrorizzato

e quando l’ho preso in braccio

mi si è aggrappato addosso

qualche giorno dopo

ci siamo trasferiti in un altro appartamento

l’estate scorsa ci hanno bombardato di nuovo

e quindi il gatto si è nascosto sotto il tavolo

ho pensato allora

che la prima volta

che ci hanno bombardato

il gatto si era anche nascosto sotto un tavolo

anche se si trattava di un tavolo completamente diverso

allora ho preso il gatto

e l’ho portato in bagno

a quel tempo faceva un caldo boia

era difficile respirare

all’epoca eravamo completamente senz’acqua*.

hanno tagliato l’acqua

per 43 giorni

il gatto e io ci siamo seduti nel gabinetto

e quando mia madre è tornata a casa

si è sdraiata sotto il tavolo

dove prima si era nascosto il gatto

e poi quando hanno smesso di sparare

mia madre è andata a prendere l’acqua

al momento in cui abbiamo preso l’acqua

lì accanto nello scantinato della caldaia

ed era ancora notte fonda

allora non avevamo elettricità

e mia madre attraversava il cortile

e quando è arrivata

si è scoperto che c’era già una fila

le persone si erano messe in fila per l’acqua

un’ora dopo mia madre è tornata

e poi hanno ricominciato a bombardarci

e mia madre si è sdraiata di nuovo

sotto il tavolo

 

*Parlando di ambiente

la scorsa estate tutti i nostri bacini idrici si sono prosciugati

completamente essiccati

tutti i piccoli fiumi e ruscelli

da cui le persone pompavano l’acqua

 

20 dicembre 2022. Donetsk.

-Igor Bobyrev, traduzione dall’ucraino all’inglese di Anna Badkhen

 

Immagine di copertina: L’area protetta di Askania-Nova, immagine presa da internet.

 

 

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