“Poeti con il popolo curdo” – nuove armi, di Antonino Contiliano

 

 

Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.

               Bertolt Brecht

 

La pubblicazione nel dicembre del 2019 di Tam Tam Bum Bum – come Librorivista Internazionale di Poesia e uno “speciale” di «Poeti Con il Popolo Curdo» –, secondo noi, pone l’esigenza di qualche parola che vada oltre una semplice recensione. Come librorivista infatti unifica ciò che un tempo aveva tempi editoriali diversi. La rivista, diversamente dal libro, si qualificava come pubblicazione periodica e con contributi di diversi autori. Questa divisione, qui (librorivista), invece non c’è più.

La stampa di questo speciale, fermo il progetto po(i)etico unitario (ideale e tematico), intreccia e correlazione testi diversi: editoriali, poesie verbali e non verbali (visive o concrete), scatti fotografici che immobilizzano uno sguardo, un gesto, armi da guerra, foto ritoccate per risignificarle, riproduzioni pittoriche e paesaggi di guerra, copie di striscioni, dichiarazioni di intenti dei curatori, lacerti narrativi prelevati dai libri d’autore, scritture speculari asimmetriche e rovesciate, «la parola sperimentale» (Elisa Longo) che dialoga con le forme poetiche alternative e innovative, classiche, meno conosciute, frequentate, emergenti, i neologismi, la parola di strada.

Anche il fatto che i poeti – in questo numero speciale di poesia internazionale –, nello specifico, sono incisi solo come ‘poeti’, «Poeti Con il Popolo Curdo», è significativo. Un “popolo” cioè che al popolo curdo (che lotta contro l’oppressione, e la politica di genocidio e sterminio turca) si riferisce come popolo, e che solo come tale – un noi collettivo internazionale – solidarizza con il mondo dei valori e degli interessi dell’identità dei curdi in lotta per l’autodeterminazione e l’autonomia di entità plurietnica nella forma della “confederazione democratica”.

E tutto ciò, in un mondo governato dagli automatismi delle tecnologie software delle democrazie-liberal capitalistiche schizofreniche e dispotiche, non può non essere di rilievo e di esempio (specie se gli spazi e i tempi sono stati talmente contratti e rarefatti dalla tecnologia computerizzata). Attenzione, vigilanza e conflitti di maggiore spessore ed estensione non possono mancare o essere sospesi. Per di più, se nella contingenza della schizofrenia della riproduzione il sistema sociale del capitalismo (della proprietà smaterializzata e del controllo cibernetico cellulare), alle strategie geopolitiche delle guerre, delle crisi economico-finanziarie permanenti, dal dicembre 2019 in poi, ha affiancato anche la tattica stringente, immediatamente operativa, delle virtù oscene dei controlli legati alla pandemia del “CoVid-19” globalizzati. Sono le verità ipocrite (nascondo le cause degli interessi di classe egemone e dittatoriale) del controllo militare e poliziesco; quello che, in nome della difesa e della sicurezza della vita e della salute pubblica, è stato calato sui popoli dall’alto dell’economia delle rendite e dei profitti del “comunismo del capitale”. Un vero e proprio comitato di salute pubblica. Solo che giudici e tribunali, trono e altare, non sono nelle mani del popolo, ma in quelli dei pochi padroni e dei vari manager del mercato neocapitalismo mondiale.

Per questo modello sociale e giuridico-politico, il mondo intero (enti, cose e non cose) è un mercato mondiale; e questo mercato non ha individui, persone, gruppi, comunità, patrie, nazioni, terre, popoli e stati (anzi, se ci sono, sono quantità ed estensioni soggette al “generale” degli ordini delle forze politiche dominanti). Generale, qui, non è nel senso della categoria astratta dell’universale logico quanto nel senso e nella direzione del “Generale” di cui (solo per indicare uno dei nomi più noti), in una poesia, ci ha detto Bertolt Brecht.

 

«Generale, il tuo carro armato è una macchina potente / spiana un bosco e sfracella cento uomini. / Ma ha un difetto: ha bisogno di un carrista. / Generale, il tuo bombardiere è potente. / Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante. / Ma ha un difetto: / ha bisogno di un meccanico. / Generale, l’uomo fa di tutto. / Può volare e può uccidere. / Ma ha un difetto: / può pensare.

 

È il potere cioè politico-militare e poliziesco (a servizio della classe dominante) che vorrebbe eliminare ogni uomo e donna che pensa, capisce, critica, lotta, si rifiuta, si ribella, fa la rivoluzione (come fa il popolo curdo, e sostengono i “Poeti con il popolo curdo”) per un modello di mondo di eguali e liberi, senza discriminazioni e schiavitù di sorta.

Ora, se viviamo, come vi viviamo, nell’Italia dell’Ue e nello spazio-tempo della delocalizzazione permanente, in cui il mainstream dei media sedativi e dei “generali” governativi giornalmente distribuiscono, alle popolazioni, massicce dosi di de-pensiero – sorvolando sulle cause (intellegibili, sebbene sofisticatamente manipolate), cosa fare?

Se suggeriscono, come fanno, e senza misteri di sorta, di affidarsi agli specialisti ed esperti professionisti dell’informazione e della comunicazione, o al marketing dei consulenti e opinionisti maker; se ammaestrano sulle scelte degli editori responsabili, veri (perché la notizia è una cosa seria, influenza la nostra vita e la nostra sicurezza); se allettano l’orgoglio per dimostrare di essere un grande paese (cioè un non popolo, un ambiente senza geografia e storia politica), allora, per quel che ci riguarda, i “Poeti con il popolo curdo” sono le nuove armi (parole ed enunciati non algoritmizzabili nei bit degli “automi” digitalizzati; parole no wars; parole di pace e luce ribelle).

Se siamo uno dei tanti luoghi svitalizzati del mercato capitalistico mondiale delle merci, ogni incertezza è venuta meno, ed è tempo di agire come “popolo minore” (G. Deleuze /F. Guattari) e forza di sottrazione e fuga antagonista nei confronti di questo mercato d’oscena violenza. Un mercato, per di più, neoliberistico e agente non più come fascino esercitato dalla fantasmagoria delle merci ma dalla fantasmagoria estetizzante della loro forma brand/branding, ovvero espressione della seduzione estetica/etica triste, nevrotizzante e paranoica. Il mercato cioè dei disincanti depressivi perché ininterrottamente spinge al degrado e all’impotenza del sé individuale e collettivo; e ciò in funzione di un presunto benessere mai definitivo e raggiungibile, sempre differito. Un distanziamento che costringe ognuno a inseguire l’ultimo prodotto teletecnologico della promessa felicità garantita; quella delle offerte del neocapitalismo cognitivo, simbolico e digitalizzato della società del controllo mediante l’informazione e la comunicazione di rete staticizzata. L’offerta tecnologica sofisticata – devices, telefonini, tablet e pc dell’autoapprendimento (learning, machine) – che spinge e plasma ogni individuo a diventare identità scisse (diritto o meno di accesso alla rete). Non più identità individuali ma ‘dividuali’ –  direbbero G. Deleuze e F. Guattari – e opposte alla massa dei campioni dei dati statistici dei mercati e delle banche (masse e individui per ciò non più nel senso tradizionale, perché il riconoscimento non è più effettuato da una firma e da un numero di matricola nella massa, ma da una ‘cifra’).  La cifra del linguaggio digitale del controllo che segna l’accesso o il rifiuto (di ciascuno) all’informazione e alla comunicazione pubblica.

Un bazar in miniatura che in anteprima, e su vasta scala, già dà contezza delle trasformazioni della forma di vita capitalistica e delle sue ricadute sulle soggettività contemporanee, che ne incorporano il dettato. Il mercato delle guerre per l’addestramento dei corpi, oltre quello delle disuguaglianze materiali, immateriali et alia.

Un mercato, per ciò, neo-ordo-liberistico del capitalismo dell’informazione e della comunicazione come merce di scambio, rendite, profitti privati e consensi gestiti nella brodaglia del senso comune (acritico); un mercato mondiale e globalizzante che non ha né patrie, né nazioni, né stati, né popoli, ma solamente utenti servili cui vendere beni e servizi come immagine di sé competitiva e divisa. Non più, fra l’altro, un’identità individualizzata e unica, ma (ripetiamo) scissa in se stessa, ‘dividuale’ (G. Deleuze e F. Guattari). Un’identità scissa da una “cifra” algoritmica che la fa inclusa o esclusa dall’accesso alla rete Internet e ai servizi della produzione tele-tecnologica della fruizione immediata e della dispensa del pensiero. Il presente senza tempo e speranze. L’istantaneità senza il passato del futuro e il futuro del passato.

Allora non c’è migliore avvertimento e strategia di difesa e attacco contro questa dispotica mutazione pubblica che intensificare il senso di allarme e verità enucleato dal frammento della poesia di Bertolt Brecht (che in esergo usiamo parlando e scrivendo per “Poeti con il popolo curdo”): curiamoci come incontro dialettico, Noi e l’Altro, con il “difetto” del pensare e dell’osare; ovvero dubitare, non fidarsi della democrazia degli esperti, dissentire, ribellarsi. Ribellarsi è giusto; più giusto ribellarsi-con. Parafrasando Albert Camus, allora si potrebbe dire: rivoltiamoci, dunque sono un corpo pensante e agente; soggetti di comune passione e azione; un collettivo di collettivi aperti; sì che nel conflitto dei posizionamenti, il lontano sia il prossimo e viceversa (un curdo sia un divenire-italiano quanto un italiano o un europeo et alia sia un divenire-curdo). La lotta e la ribellione del popolo curdo ci appartiene perché comune è la rivolta rivoluzionaria (pour cause, la rivoluzione non è una serata di Gala, ricordava Mao) contro il modello della società del controllo capitalistico cibernetico-digitale. Ieri il controllo sociale era affidato alle macchine energetiche, oggi è affidato agli automi dei computer superveloci e intelligenti, learning machine (macchine che auto-apprendono combinando e ricombinando in autonomia i data – le informazioni e le comunicazioni profilate e mercificate – sotto forma di algoritmi, e forcludendo la stessa mente umana).

Né paura né paura di avere paura allora. Ora e qui c’è bisogno di nuove armi per disattivare questa società del controllo continuo (la riservatezza è una pia illusione: la mia/nostra identità non è la mia/nostra identità; è l’identificazione digitalizzata ad hoc; un identikit che il sistema ci appende addosso e adesso, come una camicia si appende ad un attaccapanni…). È quella che, tra una fase 1 e una fase 2 della crisi pandemica neocapitalistica globalizzata (fluente e metastabile) distribuisce microcip e ‘app’ personali, personalizzati e internazionalizzati. È quella che tiene sotto osservazione solo gli effetti servili e demenziali socializzati, mentre occulta le cause; è quella che nell’epoca della proprietà smaterializzata o della conoscenza e dei linguaggi formalizzati mantiene centrato e secretato il monopolio della gestione sulle forze della produzione, dei rapporti di produzione e delle espropriazioni funzionali al suo dominio. Una riproduzione dell’assoggettamento esteso che vuole procedere senza controlli, senza opposizioni e conflitti. Il bla bla dell’essere prosumer (lì dove regna il mercato della vendita della creatività e delle cure soggette ai finanziatori o all’economia della finanza speculativa) è solo un indecente baccano di contorno e frastorno. Il pensiero critico e dissensuale non gli garba, viene criminalizzato.

 

Ecco perché la poesia in esergo, scelta da Antje Stehn, curatrice – fra altri – del numero di Tam Tam Bum Bum, Librorivista Internazionale di Poesia (dicembre 2019), Edizione speciale «POETI CON IL POPOLO CURDO», allora, in tempi di diktat imperiosi, presentandoci l’uomo come l’essere che gode del “difetto” di pensare, ci si presta, all’occorrenza, come un cuneo che inceppa l’ordine dei generali. Il pensare cioè che funziona come una arma nuova, l’arma della distruzione degli automatismi e, nel contempo, creatrice di eventi informativi e comunicativi allo-plastici. Una alloplasticità di rottura della continuità storica dei vincitori, quanto non sottoponibile ad alcun dispositivo di clonazione spoliticizzante, come è il caso invece dei clominimedia del cyberspazio capitalizzato e dei suoi flussi elettronici in assetto di guerre militari, non militari, vigilanza poliziesca (l’ordine della microfisica del potere e stati d’eccezione a non finire senza sosta).

L’Edizione speciale di Tam Tam Bum Bum, dedicata alla memoria della combattente politica Hevrin Khalaf (a life for freedom murdered by peace: una vita per la libertà assassinata dalla pace), vuole essere però, dopo tutto, un atto rivolto all’intero popolo curdo.

Hevrin Khalaf è solo un emblema. Il suo assassinio è stato consumato in un agguato da un commando turco (impensabile che l’esecuzione sia avvenuta senza la complicità degli apparati di governo del dittatorello turco Erdogan, e tanto amico degli amici e alleati di cordate “sinistre”). Di sicuro, noto è però il silenzio sulla vicenda dell’Europa e il ritiro del sostegno americano alla causa dei curdi. La libertà dei curdi e il loro diritto – scrive Barbara Bonazzi, curatrice con altri del librorivista – «sono stati calpestati e dimenticati dalle democrazie occidentali che, avendo dimenticato di difendere la propria democrazia, facilmente dimenticano l’importanza di difendere i popoli oppressi». (Per inciso, qui, si ricorda che la Turchia è uno dei maggiori clienti dell’industria bellica italiana). Hevrin Khalaf, curda con cittadinanza siriana, è stata segretaria generale del Partito della Siria del Futuro. Il suo progetto politico, come per tutti i membri della comunità turca che vivono nel Nord-Est della Siria, il Rojava siriano, con Kobane come città simbolo, era improntato all’eguaglianza e alla libertà delle differenze (etniche); e ciò nel solco dell’idea del “confederazione democratica” di cui fu fondatore il comunista e guerrigliero antiturco Abdulllah Öcalan (dirigente del Pkk, Partito dei lavoratori curdi). Öcalan, oggi, vive però segregato in carcere turco. La sua consegna al carcere turco (per inciso e memoria) avvenne dopo una breve permanenza in Italia. Ministro degli affari esteri italiano e vicepresidente del Consiglio del governo Prodi, in quel frangente era il “comunista” Massimo D’Alema.

Ma torniamo al numero di Tam Tam Bum Bum, Librorivista Internazionale di Poesia, dedicato popolo curdo, e non prima di un breve ritorno al senso del nostro esergo brechtiano.

Si può dire che il “Generale” (Erdogan et similia governance fascistizzata) vuole ridurre al silenzio definitivo (tombale) tutto un popolo che pensa e agisce per farsi popolo sovrano, autodeterminantesi. Un popolo che usa sia la critica delle armi che le armi della critica. Perché gli uomini e le donne del popolo curdo sono soggetti che hanno il “difetto” di pensare, di capire e di non sottostare ai mainstream terroristici e al delenda Cartago (lo stesso terrorismo securitario che oggi, per molti versi, si pratica in Europa e nel mondo attraverso il mainstream strumentale della guerra alla pandemia del “CoVid-19”. La voce cioè che, lasciata soli ai professionisti dell’informazione “seria” – quella cioè del potere della governance pubblico-privato in carica che, sotto il velo della difesa della salute pubblica, difende però solo gli interessi proprietari di classe e dei profitti agognati –, minaccia e accusa di reato i disubbidienti degli ordini, quelli emanati a cura della salute pubblica nella contingenza della guerra (guerra asimmetrica e sviante) al virus “CoVid-19”. La stessa sporca guerra asimmetrica che si consuma contro il Kurdistan.

L’autorialità di questo librorivista ha però altri tratti speciali,  quelli sperimentali. Il soggetto di questa pubblicazione, infatti, è un “collettivo editoriale” di curatori, un ‘noi’ (una molteplicità di non-io con la polifonia individuale non individualizzata). Una pluralità di soggetti che ha condiviso il comune dell’idea di un singolo (Mauro Toffetti). I nomi del collettivo (dei curatori) sono: Barbara Bonazzi, Agnese Coppola, Elisa Longo, Enrico Ratti, Bruno Rullo, Antje Stehn, Mauro Toffetti. Alcuni sono poi i responsabili, singolarmente, delle rubriche (variamente titolate) che qualificano questo numero speciale di  Tam Tam Bum Bum. Tra i curatori delle singole rubriche e pagine, i nomi di Giorgio Riolo, Barbara Bonazzi, Alagon bio, Antje Stehn, Bruno Rullo, Elisa Longo e lo stesso Mauro Toffetti.

Altri tratti specifici (del librorivista) sono: non avere né pagine numerate né indice, ma solo rubriche o sezioni; per ogni rubrica c’è un solo curatore e responsabile (il solo che ha scelto poeti e testi – di varia natura, fattura e merito – da inserire nella rubrica di sua cura); non per tutti gli autori presenti nel numero speciale di Tam Tam Bum Bum sono riportate note biografiche); pagine lasciate in bianco («lasciata intenzionalmente bianca per riempirla di poesia. Che nessuna pagina rimanga bianca»); condividere il metodo sperimentalmente, fatto cioè che nessun curatore «conosce l’elaborato degli altri prima della pubblicazione» dello stesso librorivista.

Ma la sua specialità e sperimentalità, crediamo, sia anche nel prospettare una cultura dell’incontro viva, il dialogo. Un’interazione dia-logica concreta specie dove il numero di Tam Tam Bum Bum vede il coinvolgimento di differenti singolarità po(i)etiche, quelle inserite con nomi, cognomi, produzioni specifiche e presentati come “Poeti con il popolo curdo”.

Nell’economia poetico-politica critica dell’“incontro”, il comune dell’idea non ha costruito solo un collettivo editoriale di curatori singolari, ha dato vita anche ad un collettivo di singolarità poetiche (ognuno con la propria storia ma, sicuramente, teso a divenire l’Altro). Una processualità attiva che – come scrive Antje Stehn – usa «l’espressione più alta di ogni lingua», il linguaggio della poesia). Il divenire-identità-altra nel/con il mondo prospettato dalla poesia, e posizionarla nella zona dell’indiscernibile, il comune del conflitto dei valori e degli interessi di classe e parol-azione ibridata antagonista; il conflitto contro i saperi e poteri d’apparato (micro e macro) costituiti e dominanti; quelli cioè che, mobilitando guerre militari e non militari – umanitarie, monetarie, finanziarie, pandemiche, elettro-informatiche, chimiche, pubblicitarie … – tengono a immobilizzare la propria egemonia di classe (global neocapitalistica) sulle forze creativo-produttive (materiali e immateriali) e sui rapporti di produzione e di proprietà (assoggettando, rendendo servili o cadaveri senza nomi, oppure escludendo e rendendo banditi, danni collaterali a perdere). Il divenire-identità-noi di poeti diversi, e diversi perché per loro il pronome ‘loro’ non è il lontano, l’invisibile, l’indifferente, l’astratto anonimo del “Generale”, ma il prossimo come virtualità reali e concrete istanze in cammino, e perciò bisognosi di un pensiero che si faccia azione collettiva e relazione (relazioni non quotabili in borsa e sui mercati finanziari dei capitalisti neo e vecchi). Poeti non come un’estesa molteplicità numerica ma dinamica transitiva di differente intensità e congiunzioni disgiuntive (interculturalità multilingue); una pluralità di soggetti differenziata che condividono il senso di una poesia diversamente impegnata rispetto all’uniforme degli stereotipi dei buoni sentimenti, consolatori, doloranti, intimistici, seduttivi (…). Il divenire-identità-noi «Poetry is my Passion» (Antje Stehn), ovvero un’identità collettiva in cui le differenze delle singole voci artistiche, letterarie, po(i)etiche, ognuna nell’esercizio del proprio enunciato, ha deciso di condividere il ‘comune’ senso di resistenza, lotta, rivolta, rivoluzione e liberazione (critica delle armi e armi della critica) del popolo curdo, come il sé (bene comune) più autentico e democraticamente alternativo. È così che, nell’esercizio e negli enunciati dei testi propri a ciascuno, le sezioni non hanno solo una valenza etica ed estetica; visibile e udibile è infatti il gesto pluriforme dissensuale (politico). L’opposizione politica che è nei testi (raccolti nel librorivista) si presenta come un mondo dissimile dal dato. Quello che emerge da questi testi è – come scrive la poetessa Ezel Alcu – un modo senza guerra dove si può ballare e danzare per tutte le strade:

 

Quando il mio paese sarà libero / allora diventerò una ballerina /e a piedi nudi / danzerò i dolori della guerra / in tutte le strade / sotto la pioggia.

 

In sintonia con l’“eterotopia” di Michel Foucault (vederci dove non siamo e agire come se già ci fossimo), Jaques Ranciére (Politica della letteratura, 2010) scrive che occorre sottrarre l’arte e la politica alla “teologia” del tempo e restituirle tagli sempre am­bigui, precari e conflittuali, e ciò al fine di far emergere e agire la pluralità dei possibili, i potenziali eterotipici (latenti o dimenticati nel fondo della situazione) in vista della realizzazione che gli compete. Da un lato, continua Jaques Ranciére, la letteratura legge i segni scritti sui corpi, dall’altro, essa libera i corpi dai significati che si vogliono imporre ad essi. Da Tam Tam Bum BumLibrorivista Internazionale di Poesia (dicembre 2019), liberiamo questi altri significati:

 

  • scrive Dogan Akcali (Rojava):

 

Mi stanno ammazzando davanti a tutti

Mi stanno sparando agli occhi del giorno

Mi stanno sparando sulla mi terra questi bigotti

Bastardi

Nessun ha il coraggio di proteggermi

Non sento la ribellione di nessuno

Il mondo non vuole sentire la mia voce

Tutti stanno zitti

[…]

Sono Rojava

Sono il luogo in cui dove la storia è scritta scritta

Sono l’henné nelle mani di una ragazza

[…]

Sono Rojava

La mia ferita sanguina

Nessuno vuole guarirla

E tutti vogliono far rimuovere le mie cicatrici profonde

 

  • scrive Nino Contiliano (Rojava ballava):

 

… : in campo una parola e voli

  1. occi-dente di niente del mar

i rotoli svaga e morto “roʒɑˈvɑ”

 

rose al kalashnikov e alte

cinque a pugno dita rossate

kurde in orbite le donne osé

 

petali di fuoco senza stagioni

né autunno né inverno amore

piantano e libertà non turca

 

[…]

 

il nostro tempo di marinai in lotta

come foglie se a forza staccate

dall’albero come kurdi scordati

 

c’è una musica che batte kamikaze

il ballo con i lupi e l’erranza lunare

non ha pace se pace il sogno non è!

 

Rojava ballava mantello una gardenia

e all’occhiello una mitra per ombrello

lungo il fiume ballando va e se ne va

 

con la voce dei monti di Kobane

cristalli il fuoco per ogni notte

insonne invece sta Nasrin Abdalla

….

 

Non ultimo il risveglio della parresia – il dire-la-verità! – è, crediamo, anche il proprio di questo librorivista. Balza all’occhio lì dove si denuncia la cruda doppiezza di quanti, sbandierando guerre umanitarie, libertà e democrazia esportabili, o guerre contro la povertà e la miseria e il pericolo dei migranti, in realtà coltivano curano i propri profitti e poteri, governi e fabbriche di silenzio e schiavitù continua (occupati e disoccupati, uomini e donne, vecchi, giovani, bambini eternamente indebitati!). Ora, a sdoganare questa doppiezza, qui piace, ancora una volta, richiamare le dritte che a scrittori e poeti possono venire dall’attualità delle riflessioni (ri-contestualizzandole) di Bertolt Brecht (Scritti sulla letteratura e sull’arte). Riappropriarsi per esempio dei lasciti di Arte e politica (1934-35), le Cinque difficoltà per chi scrive la verità:

 

Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’ac­cortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata; l’arte di ren­derla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere co­loro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fasci­smo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese.

 

Riappropriarsi di queste verità ri-aggiornandole (secondo i nuovi vettori di conoscenza e forza ordinatrice della nostra contemporaneità in fase di transizione, quelli dei poteri padronali automatizzati quanto anonimizzati) per farsi “lingua minore”, onda anomala, straniante e destrutturante la “lingua maggiore” dei vincitori e dominatori. Farsi azione collettiva per liberarci (insieme) dalla logica dell’uomo eternamente indebitato e sempre in guerra, tanto cara ai nuovi pastori dell’umano gregge.

Così ai nostri giorni è anche compito degli scrittori e dei poeti quello di smitizzare gli automatismi pastorali del mondo degli imperialisti del nuovo capitalismo (continuamente aggiornato di accelerazione in accelerazione cibernetica). Il modello del privilegio proprietario dei pochi (senza controlli e partecipazione dal basso). La notte dei lunghi coltelli che decide chi è incluso e chi escluso, chi deve rimanere fuori o dentro i nuovi carceri, o nei manicomi a cielo aperto, o nelle fosse comuni, o nei cimiteri marini.

Così (a conclusione) compito comune è non più vedere e sentire un bambino (così Tam Tam Bum Bum, Poeti con il popolo curdo/ dicembre 2019) che dice: « “Brucio, papà aiutami. L’urlo di un bambino ustionato dalle armi chimiche di Erdogan”»; « “Quando morirò dirò tutto a Dio, dice un bambino vittima in Siria”». Urgente è invece – in un mondo che non è attrezzato per l’allegria e la bellezza (Vladímir Vladímirovič Majakóvskij, In morte di Esenin) – agire e dire: «Cammina / insieme a me, / attraversiamo / le strade, le città, / le guerre e la tristezza. / Alla fine / troveremo la luce» (Fuad Aziz).

Antonino Contiliano

Marsala, 26 aprile 2020