Preambolo de “L’offuscamento” di Julio Monteiro Martins

Preambolo del romanzo inedito di Julio Monteiro Martins “L’offuscamento”

 

Preambolo

Quando ero un giovane scrittore, pensavo spesso alla Niterói della mia infanzia o alla Resende della mia adolescenza, in Brasile, e cercavo di capire al meglio il carattere, le costrizioni e le speranze dei personaggi che le abitavano. Prendevo sul serio la famosa frase di Tolstoj che mia madre mi aveva tramandato: «Descrivi bene il tuo villaggio e avrai descritto il mondo».

Mezzo secolo è passato dai giorni di Niterói e dalla voce di mia madre, ormai svanita, e mi ci sono voluti tutti questi anni per capire che, diversamente dall’Ottocento del vecchio conte, il villaggio dell’uomo contemporaneo è il suo tempo, e che a ogni nuovo decennio emigriamo in un paese sconosciuto.
Il comune cittadino della nostra epoca probabilmente non conosce il proprio vicino di casa e sicuramente non saprà dire il nome del sarto del suo quartiere (ammesso che esistano ancora i sarti), ma convive quotidianamente con personaggi di tutto il mondo che i media e le nuove tecnologie s’incaricano di presentargli, per prima o poi allontanarli da lui.
Il villaggio dove si svolge questo romanzo si chiama Duemilasei. Qui si muovono i suoi personaggi, e vivono le sue piazze e le scuole, il centro invisibile e le sue smarrite periferie. Potrei azzardare una perifrasi di Tolstoj: «Descrivi bene un anno e avrai descritto la Storia», ma non ho tale pretesa. Ciò che più mi preme è presentare ai lettori un problema del nostro “villaggio”, un problema dolente e critico, anche se spesso trascurato, dimenticato tra tanti altri problemi più clamorosi o più esplosivi: quello dell’impotenza umana di fronte al camuffamento o addirittura alla morte della verità.
Molti dei fatti storici presenti in questo libro hanno già avuto il loro decorso, a volte sorprendente, e sono stati fagocitati e dimenticati dall’anno successivo, per cui è probabile che il loro racconto a questo punto appaia fuori luogo. Ma il lettore non deve scoraggiarsi. Deve ricordarsi invece che questa è solo un’istantanea, che ciò che importa è come le cose sembravano allora e non le possibilità che si nascondevano dietro, che lo scrittore non poteva andare a sbirciare nel villaggio vicino, il Duemilasette o il Duemilaotto, per poi proseguire indisturbato la narrazione. (Il lettore più navigato, tuttavia, avrà già capito che quell’anno è anche una scelta del tutto casuale e irrilevante, e che gli argomenti veri di questo libro stanno fuori e oltre i confini del tempo. La letteratura conferisce sempre nomi, date e indirizzi arbitrari a tutto ciò che è essenziale, e occulta l’eterno sotto il manto variopinto del circostanziale, perché possa in questo modo essere visto e identificato dal lettore. Ma non lo fa anche la vita, quando ci inchioda al caotico paesaggio delle circostanze? E non saranno le circostanze, il tempo e lo spazio, il “velo di Maya” degli induisti, lo schermo su cui gli uomini proiettano le loro illusioni per rendere accettabile l’esistenza?)
Tutti noi abbiamo ormai lasciato il Duemilasei alla nostre spalle. Abbiamo traslocato in altri villaggi temporali, con le loro impasse e le loro gioie particolari, ma il Duemilasei non è affatto rimasto disabitato e abbandonato. Non è la Macondo deserta delle ultime pagine del romanzo di Márquez. È rimasto qualcosa in più del vento che solleva la polvere per le strade vuote del paese. È rimasto questo libro, che come un anziano seduto sull’uscio di casa racconterà al visitatore un po’ della storia del luogo. Ascoltiamolo dunque.