Rotta della speranza

Rotta della speranza: in cammino verso la cultura della differenza e della solidarietà. Intervento del 21 aprile a Patti (Messina), per classi liceali nell’ambito di eventi per la settimana del libro

 

 

Sono emozionata perché è la prima volta che faccio questa presentazione davanti a delle ragazze e dei ragazzi siciliani. Per la sua posizione geografica la Sicilia è veramente un crocevia del mondo e anche se viene spesso rappresentata come “periferia” e marginale credo che in questo periodo storico, come in tanti altri nel passato,  sia veramente un centro,  uno snodo della complessità che ci avvolge tutti in questo periodo storico e ci crea spaesamento. Quando dico “spaesamento” mi viene i  mente la parola rotta, che fa parte del titolo di questa presentazione “Rotta della speranza: in cammino verso la cultura della differenza e della solidarietà” e la difficoltà a trovarla e a mantenerla, basti pensare alle esternazioni dei politici riguardo l’ultima tragedia che si è consumata nel canale di Sicilia nella prima mattinata di domenica. Infatti proprio domenica, preparandomi per questo intervento ero lì seduta davanti al computer cercando di mettermi nei panni di una ragazza di 16-17 anni  che vive a Patti, oggi nel 2015,  quando è arrivata la notizia dei 700 annegati del peschereccio che si è capovolto nel canale di Sicilia. Quando arrivano queste notizie mi prende un grande scoramento e un grande senso di vergogna e sono rimasta lì un tratto a piangermi addosso in tutta la mia impotenza individuale, poi mi sono ripresa e mi sono detta “Qui se vogliamo recuperare la nostra umanità in un mondo dove chi comanda fa di tutto per farcela perdere e dispone di tutti mezzi per distorcere la realtà, per anestetizzarci, per farci entrare in un grande selfie scattato con un’asta telescopica lunga chilometri in cui sorridenti ci arrendiamo alla condizione di pupazzi e sgomitiamo per produrre un sorriso più smagliante di quello della vicina, un selfie di cui decidono loro la regia,  dobbiamo mantenerci ancorati alla nostra storia, delle sette generazioni che ci hanno precedute e alle sette che ci seguiranno come fanno le popolazioni indigene dell’America del nord, e da questa posizione di passato e di presente decidere noi stessi e noi stesse la rotta, cercando di mantenerla tra gli scogli di cui è disseminata la nostra vita.

Cercando di mettermi nei vostri panni (in maniera un po’ astratta in realtà perché non vi conosco personalmente, ma ho una figlia che finisce le superiori proprio quest’anno quindi ho un po’ il polso della situazione), nei panni di una ragazza o di un ragazzo che si sta affacciando verso l’attuale assetto mondiale mi sono venuti in mente gli ecosistemi, cioè che ognuno di noi fa parte di una serie di circostanze di vita che costituiscono il nostro ecosistema. L’ecosistema delle persone che il mare in queste ore sta ributtando sulle coste  libiche non era certo uno marino anche se è lì che hanno visto la loro fine. E’ molto probabile che i loro ecosistemi fossero costituiti da società modellate da colonialismi, neo-colonialismi, post colonialismi, dittature, ma anche da famiglie tenaci, senso di comunità nei villaggi o nelle periferie delle grandi città in cui potevano aver vissuto. Il loro ecosistema consisteva anche dei loro sogni e delle aspirazioni che nutrivano il loro viaggio e la loro rotta, anche se le circostanze non erano dettate da loro e certamente non erano in mano loro.  A dire la verità oggi, qui in Italia come pure negli Stati Uniti, i due paesi che conosco meglio, per i ragazzi e le ragazze della vostra età non ne vedo una florida foresta di tipo amazzonico, con alberi maestosi su cui si intrecciano liane  e ai cui piedi cresce fitta la più variegata vegetazione, occupando ogni millimetro di terra. Vedo una cosa forse più casareccia, il cappero che cresce sulle pareti di un castello o la piantina di cicoria che spunta da una crepa del marciapiedi, o ancora un albero che si erge su una roccia.  Quello che voglio dire è che il terreno circostante è molto ostile alla crescita dell’umano, fa di tutto per soffocarlo, ma la piantina ce la fa nonostante tutto, è come se dovesse mettere in pratica delle strategie di sopravvivenza in una complessità che non promette bene. Di terra fertile ce n’è poca quindi le radici devono toccare proprio là, altrimenti si secca. Quindi quando tutto sembra perduto, a un tratto quella terra la radichetta la trova e riesce a crescere, prendendo anche forme strane, un po’ contorte. Ma nel caso del cappero, da questa radichetta contorta nasce un fiore molto bello e a sua volta un frutto, il cappero, che spesso è decisivo nell’insaporire le pietanze.

Spesso le famiglie che emigrano seguono il modello “cappero” per quanto riguarda l’ecosistema in cui si trovano ad operare. Provengo da una famiglia che è emigrata e che ha fatto andate e ritorni infiniti. Vorrei racontare un po’ di “storie”  di famiglia con la “s” minuscola, cioè storie che  si concentrano sui protagonist umani, visibili, tralasciando per un attimo come la trama sia stata lavorata dalle forze della Storia con la “S” maiuscola. Dal lato paterno abbiamo già tre generazioni di migrazioni, da quello materno si vocifera di un’antenata proveniente dall’Egitto, il ché potrebbe significare una Rom o un’ebrea convertita: il cognome era Giordano e spesso i nomi ebrei sono indicazioni geografiche. Pensando a un riferimento letterario mi viene in mente il romanzo autobiografico di Natalia Ginzburg Lessico famigliare e ripensando alla mia famiglia diversi anni fa ho composto una poesia che riprendeva questo tema:

 

Lessico familiare/ Family lexicon

 

“Statti attenta, be carefulu.”

“Eu i cosi storti ne pozzu vidiri.”

“Ehi, what’s the good word?”

“That is very interesting!”

“Ma vi ch’i ai fari!”

“You have to smile more!  Be positive”

“I cosi vostri i mentunu ai stampi.”

 

This poem is gonna need a C-section,

The lines don’t wanna come out on their own

A questa poesia dovremo praticare un cesareo

Perchè da soli i versi non ce la fanno proprio ad uscire

Words mixed, words pure,

Accents, dialects, hybrid formations

Misto di parole, parole pure,

Accenti, dialetti, formazioni ibride

Forming thoughts, forming people,

Che formano pensieri, che formano persone,

Wolds mixing, worlds clashing,

Incontri di mondi e scontri di mondi

Forever chasing the possibility

To live wholly in your skin

Like the natives

Sempre all’inseguimento della possibilità

Di poter vivere interamente

Nella propria pelle, come gli autoctoni

Spectator of yourself, you hang like a double

Between time, classes, continents

Forever straddling chasms,

Spettatori di noi stessi, sdoppiati ci sovrastiamo

Su tempo, classi e continenti

Per sempre a cavalcioni delle voragini.

(1991)

Molte parti della mia storia personale sono sicura che assomigliano alla vostre e a quelle delle vostre famiglie.  Allora se cominciamo dal passato, forse tre generazioni altrimenti staremmo qui tutta la giornata, bastimenti e navi hanno avuto un ruolo importante nella mia famiglia. Mio nonno paterno emigrò in Argentina nel 1902 dalla Calabria, dove era contadino: uno di 7 fratelli e sorelle di una famiglia contadina con piccoli appezzamenti di terra, ulivi  e viti. La sua rotta lo portò verso l’Argentina, un altro fratello verso New York. Gli altri 5 invece stanziali. All’epoca le navi erano bastimenti a vapore ed il suo, il cui nome non conosco, era partito da Napoli,  e potete immaginare le condizioni per chi non viaggiava con un biglietto di terza o quarta classe. Non esattamente la prima classe del Titanic. Dopo alcuni anni in Argentina si sposò con mia nonna che era sempre figlia di calabresi immigrati quasi 20  anni prima alla fine dell’800. Mia nonna quindi era nata in Argentina.  Anche lì mio nonno si mise a lavorare la terra, ma quella terra e quel clima non portavano ulivi e viti, quindi per vivere gli toccò allevare bestiame nelle pampas. Faccio un po’ fatica immaginarmi un nonno in versione gaucho, con pantaloni alla zuava e cappello, e immagino sia risultato un po’ difficile anche per lui il cambiamento. Mio padre nacque in Argentina, quando mia nonna aveva 15 anni,  risultando su carta cittadino argentino, e questo fatto fu importante perché permise alla famiglia 40 anni più tardi di emigrare negli Stati Uniti, sulla quota riservata agli argentini che a differenza di quella italiana non era ancora esaurita (sempre confini e numeri). Stavolta il viaggio ebbe luogo su una nave più moderna, l’Andrea Doria, nel viaggio inaugurale che nei piani alti fu un  evento mondiale, mentre in quelli bassi meno glamour, secondo il racconto delle mie sorelle e dei miei fratelli che vi viaggiarono insieme a mia madre due anni dopo la partenza di mio padre che era andato in avanscoperta e per preparare le condizioni  giuste per la loro permanenza. Quello che nell’arido vocabolario delle questure oggi viene chiamato “ricongiungimento familiare”. Dieci anni dopo, la rotta di ritorno verso l’Italia, con un progetto  che sembrava avviato alla permanenza ci vide trasportati da un transatlantico ancora più moderno, la Cristoforo Colombo e questa volta, avendo fatto un po’ di soldi, nella classe turistica, in cui si organizzavano giochi, venivano servite bistecche, 2 piscine gigantesche per nuotare, etc. Dico questo perché a volte il futuro ha dei tracciati inediti in cui si intreccia al passato e anche se guardando dal presente tutto può sembrare perduto a volte spuntano soluzioni imprevedibili che cambiano il finale di partita. Per questo non bisogna mai gettare la spugna e questo si riallaccia alla parola speranza del titolo di questo intervento, anche se in certi momenti la speranza può sembrare una cosa irrazionale.

A differenza degli emigrati che se ne vanno e non tornano mai più le varie generazioni della mia famiglia sono state caratterizzate da ritorni alla terra d’origine o tentativi di ritorno andati male.  Qui interviene il ramo materno della mia famiglia. La famiglia di mia madre era anch’essa contadina, però erano mezzadri, quindi coltivavano la terra per un facoltoso medico che abitava in città, abitavano nella grande casa che si trovava in quella campagna e gli davano gran parte del raccolto. Subito dopo la fine della prima guerra mondiale mio nonno materno decise di tentare la fortuna e partì, anche lui con un bastimento però verso New York, sennonché il facoltoso medico Topa venne a sapere di questa diserzione e lo richiamò subito all’ordine, intimando che se non fosse ritornato entro 2 mesi avrebbe sfrattato tutta la famiglia. Questo sfortunato sviluppo gli venne comunicato tramite telegramma, dettato dal figlio maggiore che era rimasto a mandare avanti il tutto sotto la guida della madre, mia nonna Teresa.  Così si esaurì molto velocemente l’avventura americana del ramo materno, ma in compenso di quei nove figli ben quattro finirono per emigrare in Australia quaranta anni dopo, e due nel nord Italia sempre negli anni 50. Questi 4 zii australiani hanno generato a loro volta grandi famiglie per cui in Australia avrei circa 25 cugini di primo grado, di cui ho conosciuto personalmente solo una decina che nel corso degli anni sono venuti a trovarci in California che è geograficamente più vicino.  A parte questa terra del padrone che coltivavano avevano dei piccoli appezzamenti di terra lontani chilometri da casa e ricordo sempre i racconti di mia madre sulle sfacchinate che i figli (ben nove) dovevano fare per andare a lavorare questi pezzettini di vigna e uliveto che dovevano costituire “la dote” di maschi e femmine. Questa storia della dote, una cosa che si tramandava da generazioni nella famiglia contadina è bene tenerla a mente: di tutte e tre le figlie femmine della mia famiglia io sono l’unica a non aver avuto “la dote”, e questo rispecchia il cambiamento vorticoso che c’è stato dagli anni 70 in poi in tradizioni che sono durate centinaia di anni e si sono sfaldate rapidamente nell’arco di pochi anni.  Questo per tenere d’occhio il discorso  cambiamento che è quello che si intreccia con la parola “speranza”.

Ritornando al ramo paterno nel 1913, visto che le condizioni economiche non erano le migliori in Argentina e se bisognava ammazzarsi di fatica tanto valeva farlo nella “propria” terra mio nonno decise di ritornare in Calabria con la sua famiglia, cioè la moglie a questo punto quasi diciottenne, mio padre di due anni e mio zio Domenico di pochi mesi. E qui riprese la consueta fatica sul fazzoletto di terra, che per lui durò altri 9 anni, dovendo fare una fuga rocambolesca verso l’Argentina di cui non sto a raccontarvi le ragioni e i particolari nel 1922, lasciando a mio padre primogenito dodicenne, insieme  mia nonna all’epoca 27enne il governo della casa e della famiglia (che nel frattempo era arricchita di altri 2 elementi, cioè mia zia Nunziata e mio zio Micu). Perché sono importanti questi particolari? Perché hanno significato una differenza nel tipo di “famiglia patriarcale” da cui proveniva mio padre e che ha lasciato più spazio a noi figlie, trenta-quarant’anni dopo. Cioè se consideriamo che mio padre un ragazzo dodicenne e mia nonna ventisettenne  dovettero insieme “reggere” la famiglia capite che si era instaurata una sorta di complicità e reciprocità nei rapporti donna e uomo molto diversa dal modello verticale del patriarcato classico, che poi nel tempo venne rafforzata quando mio padre  chiese in sposa mia madre, la quale, personaggio abbastanza tosto,  affrontò le ire dei fratelli e del padre che le avevano imposto un altro partito che andava bene a loro. Salvatore Tripodi, il malcapitato partito che invano cercava di conquistarsi mia madre suonandole serenate con la chitarra venne sommariamente liquidato tramite un discorso perentorio che mia madre gli fece  alla fontana, lontana dagli orecchi di tutti. A quanto pare, Salvatore mogio, mogio recuperò la chitarra che aveva  appeso a un chiodo sulla parete della casa dei miei nonni e  sparì dalla circolazione, per riapparire diversi decenni dopo sulla copertina di un album di successo tra gli emigrati calabresi in Australia. Se quel cacciatore che era mio padre non fosse per caso passato davanti alla casa del mezzadro del medico Topa  proprio mentre la terza figlia usciva per andare alla fontana, forse invece che nascere in California sarei nata in Australia. Forse invece che avere un carattere riservato e timido sarei esuberante ed estroversa come il mio eventuale papà cantante. E invece mi è toccato un papà serio che a 12 portava avanti la sua famiglia.  E se prima ancora che si fosse presentato il giovane Tripodi, i genitori di mia madre avessero  accettato la proposta di matrimonio  del rappresentante della Singer che si era invaghito di mia madre quando era venuto a consegnare la macchina da cucire alla nonna e non fosse stato rifiutato dal nonno perché il salto tra le classi sociali gli sembrava eccessivo, forse sarei nata e cresciuta in Italia, in un ceto della classe media urbano, chissà forse oggi abiterei a Reggio, Messina  o a Roma e farei cose completamente diverse nella vita. O forse farei cose simili, come è capitato con i cugini che si sono trasferiti nel nord Italia e le cui professioni non sono troppo lontane da quelle  dei miei fratelli e sorelle negli USA. Questi dettagli che non sembrano importanti hanno poi influito sul come si è sviluppato il loro progetto migratorio negli anni cinquanta, sul fatto che quarant’anni dopo sarebbe stata mia madre a prendersi la patente di guida (elemento indispensabile in California)  e non mio padre. Ha influito sul fatto che sono state le figlie femmine a seguire un percorso più “ribelle” rispetto ai figli maschi, muovendosi all’interno dei parametri che erano consentiti alle loro generazioni.

Fornisco tutti questi dettagli perché a volte ci ossifichiamo troppo nelle etichette o guardiamo la nostra situazione come se fosse una cosa scontata, naturale, immutabile non influenzata da tutta una serie di circostanze alcune sotto il nostro controllo altre no: diciamo sprezzantemente lui o lei è un migrante (senza considerare che lo sono stati membri della nostra famiglia o i nostri antenati e che potremmo esserlo noi stessi in futuro); diciamo disperati o disperate che si affollano su barconi  senza pensare che i nostri nonni si affollavano su bastimenti, alcuni erano disperati altri erano avventurosi, altri semplicemente scappavano e si affidavano alla sorte. Quando diciamo “clandestini” non è certo ai giovani “avventurosi” italiani imbucati a New York a cui pensiamo, che lavorano in nero nei ristoranti (ce ne sono a migliaia), oggi non ieri e non ieri l’altro. Infatti il numero di italiani che lascia l’Italia supera quello di persone straniere  che “la invadono”, ma di questo si preferisce non parlare. Sempre parlando di popolazioni “straniere” che si sono insediate in Italia non dimentichiamoci le cosiddette “badanti”, cioè donne che riduciamo a mansione, eliminando così anche un fugace pensiero per il fatto che abbiano lasciato dietro la propria famiglia per fare parte di quella schiera femminile dell’Europa dell’Est o dei paesi Baltici, in alcuni casi dell’America Latina, che risolvono il problema demografico dell’invecchiamento della popolazione italiana senza che se ne debba occupare lo stato italiano, lasciando che siano le singole famiglie ad occuparsene decretando la semi-schiavitù per anni e anni di donne che un  tempo erano cittadine povere ma libere.  Alcune di loro hanno un temperamento dolce, altre astioso, alcune  considerano le vecchiette come la propria madre e le accudiscono come non possono fare con la propria rimasta al paese d’origine, altre le odiano per le angherie alle quali vengono sottoposte. Alcune sentono molta nostalgia del loro paese, altre sono scappate da un marito che le picchiava e vedono il loro arrivo in Italia come una salvezza. Alcune  hanno il proposito di ritornare nei paesi d’origine al più presto possibile, altre invece vogliono trasferire qui tutta la loro famiglia permanentemente e l’adottano come nuova patria. Altre odiano sia il paese d’origine che quello d’arrivo. Quando diciamo poveraccio e non siamo abituati a pensare che ognuno ha dietro di sé la sua storia, una famiglia un contesto culturale e sociale e che i contesti della nostra vita sono determinati da piccoli incidenti di percorso su cui spesso non abbiamo controllo. Gli ecosistemi di cui parlavo all’inizio e la posizione del granello di terra.

Penso a quei 700 corpi di ogni genere ed età che galleggiano oggi pomeriggio nel mediterraneo, provenienti da Eritrea, Nigeria, Mali, Somalia, Egitto, Siria. Alcuni sono partiti cantando altri piangendo, alcuni erano sicuri che la fortuna gli avrebbe arriso e che grazie al mare calmo avrebbero avuto molte più possibilità degli altri. Certo non contavano sul fatto che spostandosi tutti insieme verso la nave che vedevano arrivare in loro soccorso l’avrebbero ribaltata decretando la propria fine proprio nel momento in cui credevano di veder finire il proprio calvario. E guardavano le circostanze che potevano vedere, quelle invisibili, gli equilibri geopolitici, la mano invisibile del mercato, gli interessi di Shell, Cargill e Sony non erano manifesti in maniera chiara. Alcuni forse erano in grado di intravederli, altri pensavano che fosse un destino iniquo e impersonale a governare. Una stella  avversa. Lo stesso discorso valeva 150, 100, 70 anni fa. Perché masse di contadini “italiani” partivano dal Friuli e dal Piemonte prima, dalla Campania, dalla Calabria e dalla Sicilia poi? Le storie di famiglie con la “s” minuscola si intrecciavano con le condizioni create dalle istituzioni economiche e politiche, la Storia con la “S” maiuscola. Tutto questo fa parte di un discorso di complessità che oggi più che mai dovremo affrontare senza ancorarci a modelli, paradigmi che non ci aiutano a capire quello che stiamo vivendo. La vostra generazione in tutti gli angoli del mondo ne dovrà elaborare di nuovi prendendo quel che serve da quelli che esistono già e inventandosene di dirompenti.

Alcuni mesi fa un commissariato di polizia in Sicilia ha aperto gli archivi per rendere pubbliche le cose che erano state trovate addosso ai migranti annegati. Alcuni di loro avevano avvolto in plastica messaggi che volevano arrivassero ai loro cari proprio nell’eventualità di una annegamento. Il secondo volume dell’antologia “Sotto il cielo di Lampedusa” che ho contribuito a curare assieme al gruppo di poesia “multi VERSI” apre proprio con le lettere trovate addosso ai ragazzi annegati. Eccone una, al lettera di Samir:

 

Mio adorato amore, per favore non morire, io ce l’ho quasi fatta.

Dopo mesi e giorni di viaggio sono arrivato in Libia. Domani mi

imbarco per l’Italia. Che Allah mi protegga. Quello che ho fatto, l’ho

fatto per sopravvivere. Se mi salverò, ti prometto che farò tutto quello

che mi è possibile per trovare un lavoro e farti venire in Europa da

me.

Se leggerai questa lettera, io sarò salvo e noi avremo un futuro.

Ti amo,

tuo per sempre,

Samir*

Egiziano

Lo scorso settembre questa lettera è stata ri-elaborata in forma poetica da un giovane poeta catanese Giuseppe Nibali, di pochi anni più grande di voi che si è laureato lo scorso anno a Bologna, ecco la poesia che ne ha tratto:

Lettera di Samir alla sua prima bellezza

Mio adorato amore,

ti prego non morire.

Mentre arrivo e piovo sulla Libia,

non morire. Tu hai avuto seni

uguali ad altri seni e occhi e pelle

di legno scuro.

Domani l’Italia, questo taglio nel mare

per me, buono al deserto, alle corse

di sabbia.

Che Allah faccia breve questo tiro

di conchiglia, ma tieniti viva lì,

che il sole dipende da uno sguardo.

Se vivrò tu sarai mio futuro. Se vivrò

avrai queste carte e faranno ancora

rumore le palpebre che apri.

Domani l’Italia, questo taglio nel ventre,

questo pianto di violino.

Pensando al numero di morti nel mediterraneo negli ultimi 20 anni che secondo alcune fonti costituirebbero una cifra superiore a 20,00 persone, Noi Rebeldia, un gruppo di poeti che scrive in maniera collettiva e anonima ed è coordinata da un poeta siciliano di Marsala, Antonino Contiliano, nella raccolta “Lampedusa degli sbarchi” immagina cosa succederebbe se tutti questi corpi decidessero di riapparire insieme,

Vita il mare arrecò alla terra e nel mare cessò la mia

Come pesce polmonato in ventimila strisceremo

Sulla tua sabbia bianca e fine,

clessidra dei tempi saliremo le tue dune

Gli occhi dilatati di giustizia nella lingua il sale del dolore

di isole promesse voleva bisbigli e vita mutata

E Lucia Grassiccia una giovane poeta nata a Modica e immigrata  a Milano, prende spunto da quello che succede nel Mediterraneo per fare una riflessione sul posto del reietto, un fenomeno più generalizzato:

Dista poco da qui,

qualcosa come un movimento

degli occhi.

C’è sempre stato, dall’era in cui le razze

si allontanavano e riappressavano e scalpitavano

per guardarsi allo specchio; dall’era in cui

la polvere esitava appena prima del deposito.

Si può immaginarlo come un cono d’ombra

sul pavimento, male illuminato per caso. Umidiccio

e odorante di acido e sonno cattivo.

Quel posto ogni tanto sembra vuoto ma non è mai vuoto.

Possono certo avvenire degli scambi,

talvolta sono cercati e talaltra inevitabili;

ora una faccia, ora una seconda,

una volta occupato quel posto non conta più quale faccia sia.

E mentre Lucia pensa a questo, la poeta Mara Paltrinieri scrive una poesia per Agata e Nawal, due giovani donne una siciliana e una siriana, che obbedendo solo alla legge dell’amore si prodigano giorno e notte  per salvare chi fugge dalla Siria sconvolta dalla guerra affidandosi alle acque

Agata e Nawal

Il bene libero dona sé al mondo

Lunghi capelli corvini di lucente

luna, occhi aperti alla notte del cuore,

bocche al sorriso, al silenzio tremanti

mentre le orecchie conchiglie si schiudono

alla voce delle onde, mormorio

di storie antiche da naufragi ad albe

che due regine ignote d’ali tessono

in volo a chi in morsa di plumbea morte

più non ricorda bagliore di stella –

scivola il passo di Agata e Nawal

sulla tempesta, esile mano raggio

d’acciaio in oro sprigiona e alla riva

sorge all’amore per legge del mare –

«i vostri nomi daremo alle figlie!» –

di vita nuova a battesimo, madri –

 

Dei 61 poeti che hanno partecipato all’antologia ben 20, cioè un terzo del numero totale è composto da poeti giovani, cioè tra i 18 e i 36 anni.  Alcuni sono poeti che vengono da altri paesi, ci sono nigeriani, camerunensi, siriani, sierraleonesi, albanesi, austriaci. Reginaldo Cerolini, un ragazzo brasiliano adottato da piccolo in Italia ha scritto una delle poesie più profonde intitolata “La pelle”:

LA PELLE

A Zhaer e Julio

Un giorno io

ti farò entrare nella mia pelle

e incontrerai il sangue vivo dei

naufraghi di cinque continenti,

iI battito finito dei loro cuori

che non toccando la riva

non ha così potuto trasformarIi

in detenuti di prevenzione per colpe future,

in speranzosi fuggitivi, in vu cumprà,

in schiavi, in lustra scarpe, in puttane,

in badanti, in spacciatori, in femminielli esotici […]

 

Non temere. La mia pelle non è  un confine, ma un inizio

senza fine.

Ti mostrerò il tesoro di questa dura  scorza

e il segreto alloro ove, si muovono in volo,

con desideri colmi di tenerezza e forza, stormi

di allodole: e sono loro, io ed ora tu.

Lìberale …

Questa capacità di vedere oltre i confini, la necessità che essi vengano eliminati  è una specie di portento del mondo d’oggi, cosa che non si verificava spesso nelle vecchie migrazioni in cui i migranti dovevano scegliere se “appartenere” a un Paese o a un altro. Oggi questa disinvoltura sulla questione confini che è stata molto agevolata dagli sviluppi tecnologici  ci dà un assaggio del domani. Non è il dono dell’ubiquità ma quello del multilocalismo che ci permette di convivere con diverse identità dentro di noi e di coabitare con altri diversi da noi. La cosa che mi rincuora  è la naturalezza con cui sono in grado di farlo i giovani, con una specie di noncuranza verso una presunta “sacralità” dei confini. Questa stessa voglia di stabilire un nuovo rapporto verso i confini, cioè di abolirli perché le persone  e non solo le merci si possano muovere liberamente  emerge dal film di maggiore successo a livello nazionale  che ha trattato il tema delle migrazioni,”Io sto con la sposa” una collaborazione tra tre giovani registi, il giornalista Gabriele del Grande, il poeta siropalestinese Khaled Soliman al Nassiry e il regista Antonio Agugliaro.  Insieme cercano di elaborare una nuova estetica del confine, una in cui si riprende la complicità e l’ingegno utilizzati per mantenere la propria umanità in circostanze in cui tutto il mondo si  batte per negarla. L’idea cardine è il finto corteo nuziale con il quale beffano la polizia di 6 o 7 paesi europei. In una delle case che serve da “base” i protagonisti si concedono una lettura di poesia e questa poesia del poeta siriano Mohammed al Matrud ora esule in Germania è una delle prime dell’antologia:

Eravamo

vicini alla fonte luccicante della vita

pura come un miele di montagna.

E tra noi abitanti della costa

c’era una lunga storia d’amore.

Ci eravamo forse entrati nel cuore passando dalle bocche dei

fucili?

O forse era la nostra vita ad essere semplice

e le nostre porte aperte.

Sembra che la vita non sia più quella che avevamo previsto,

che gli uccelli non siano più uccelli

e che gli alberi non siano più alberi

e che sia possibile che i boschi si restringano sopra di noi fino a

schiacciarci.

Come se a prendersi cura di noi fosse un altro Dio.

Lo pregheremo quel Dio di prendersi cura di noi

e di contare i nostri respiri

e di dirci:

“Attendete!”

Abbiamo atteso molto, oh Dio.

Fino a quando? Oh Dio?

Dicci, fino a quando?

Molte di queste poesie le abbiamo lette due-tre giorni fa in eventi  organizzati nelle scuole dagli istituti superiori di Ferrara durante il convegno “ Confini di luce” organizzato nell’ambito del convegno dedicato a Franco Argento dalle associazione “Le voci dal silenzio” “Cittadini del mondo” e varie altre, e ieri al liceo classico Minghetti di Bologna, nell’auditorium, durante l’assemblea di istituto.  Durante il convegno di Ferrara abbiamo conosciuto i ragazzi di “Occhio ai media”  una folta rappresentanza di ragazzi di “seconda generazione” con origini, tunisine, marocchine, moldave, egiziane, rumene che si impegnano a monitorare la stampa per  osteggiare  il razzismo, creando anche nuovi giornalisti che si rifiutano di promuovere stereotipi solo per vendere più giornali o assecondare agende politiche. Come potete vedere dalle foto, molte sono ragazze, dai 16 ai 22 anni e sono in realtà anche le più dinamiche. L’evento di Bologna, invece è stato organizzato anche dalla sezione giovani di “Amnesty”,  condotta da due ragazze di 16 e 17 anni Alice e Chiara. Questo tipo di impegno credo corrisponda a un sentimento diffuso di rifiuto dello stato di spettatore/spettatrice  indifferente, rassegnato/a  a non poter fare nulla. Risponde anche  alla sfida lanciata nella poesia di Anna Milici,  una delle vostre insegnanti, il cui contributo all’antologia ha aperto la strada a questa collaborazione di oggi. La poesia riprende i famosi versi di Primo Levi dedicati alla Shoah. Riascoltiamo la rielaborazione e ri-contestualizzazione di quella poesia operata da Anna Milici:

Omaggio a Lampedusa

“Considerate se questo è un uomo”

che viene dal mare,

che il dio denaro ha già condannato,

che incendia una coperta per farsi notare,

che grida in silenzio per farsi aiutare,

che sfida la sorte per lavorare,

che è avvolto in una coperta di carta stagnola.

Il bocciolo che cresce nel grembo di una donna

non diventerà mai fiore.

Il ragazzo che giace riverso sulla riva

non per abbronzarsi né per riposare dopo il beach volley,

ma perché un negriero ha deciso per lui.

Il bimbo tende le mani per chiedere protezione

perché non può contare su chi l’ha messo al mondo.

“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case”

immergetevi per un attimo nel mare della morte

a riposare nella culla della non vita.

Se l’indifferenza vi farà assopire,

se nessuna sensibilità vi scuoterà,

allora avrete decretato la morte dell’umanità.

Ma se ucciderete l’indifferenza

allora , forse, sarà un uomo anche chi non ha casa

perché troverà accoglienza.

Sarà fiore che diffonderà il suo profumo tra le braccia di chi gli

ha dato la vita

perché altre madri saranno state”complici”.

Sarà adolescente che condividerà esperienze con i compagni

perché altri gli saranno vicini.

Sarà donna

perché verrà aiutata.

Sarà uomo perché non verrà lasciato mai più solo.

E finalmente si dirà: QUESTO È UN UOMO!

Ritornando al discorso della rotta della speranza e quello della Sicilia con il quale avevo iniziato, ricordando la sua posizione strategica, snodo centrale nelle complessità del mondo oggi e non marginale e periferico, visto che voi siete nella fascia di età delle persone che si troveranno nei prossimi decenni ad affrontare queste questioni volevo avviare un po’ con voi una conversazione su quello che pensate di questi primi appunti sulla questione migrazione che possono sembrare poco sistematici, sulla possibilità di cambiamento, sulla necessità di intravedere le possibilità che possono anche nascere da situazioni che si presentano come massicciamente svantaggiose ed ostili.