Vivere in esilio

 

VIVERE IN ESILIO

 

 

 

Vivere in esilio.

Amaro accostamento,

quasi un ossimoro.

 

Un tutto

cancellato,

e poi sostituito

da un altro tutto:

inaudita operazione esistenziale.

 

I miei figli

parlano lingue diverse

ed anch’io,

tra sonno e veglia,

ascolto idiomi distinti

dentro la mia testa.

 

Il lutto innervosito

dal profumo

del caffè appena macinato.

del mandarino,

della cannella,

di panni appena stirati,

dell’erba appena tagliata

che soffia in primavera

attraverso la finestra aperta.

 

Esilio,

vino versato

sul vassoio d’argento

mentre le tazze

restano vuote.

 

Esilio,

gabbia senza sbarre

protetta dalla distanza

invalicabile

delle nostre angosce.

 

Esilio,

falena lanciata in mare

dallo scirocco

insieme alla sabbia

del deserto.

 

Ci sarebbe un me stesso

ad aspettarmi

nella terra di partenza.

Inutile attesa,

disguido.

Se c’incontrassimo oggi

non potremmo

riconoscerci.

Una vita è marmo di Carrara,

l’altra è sabbia.

Un uomo si pietrifica

mentre l’altro si sfalda.

 

Esilio,

visioni di donne

strabilianti

imbrattate

da notizie di donne

morenti.

 

Esilio,

squallido ballo

senza musica,

corpi a dimenarsi

tra spasmi di ricordi

a scandire un ritmo vitale,

ma sbagliato.

 

Adagio senza Allegro.

Requiem per viventi.

Vivo l’esilio

come funebre kermesse,

preparandomi goffamente

per l’arcana,

classica tragedia:

morire in esilio.

 

Esalare l’ultimo respiro

in lontananza,

eternamente assente

dalla grazia di casa mia.

 

 

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Lucca, 20 novembre a 23 dicembre 2006

Julio Monteiro Martins