La Nakba e l’ironia della sorte

 

La Nakba e l’ironia della sorte

Oggi, 15 maggio 2015, mentre a livello planetario si aggira lo spettro dello “scontro delle civiltà”  e l’anno si è aperto a Parigi con la reiterazione di una presunta superiorità e universalismo “occidentale”, mi viene da riflettere sulla Nakba e quello che viene chiamato in inglese “poetic justice”, una cosa affine all’ironia della sorte. Commemorando la Nakba, si ricorda la Catastrofe, come viene chiamata dai palestinesi, esodo o pulizia etnica, il momento storico nel 1948 in cui per stabilire lo Stato di Israele  furono distrutti 531 villaggi palestinesi, furono compiuti 31 massacri, 750,000 palestinesi furono costretti a lasciare le loro case diventando profughi e rifugiati in altri paesi arabi e in altre nazioni senza il diritto di ritornare alle proprie terre.  Tra i figli di questi palestinesi costretti all’esodo, il ragazzo che sarebbe diventato  l’anglista Edward Said , massimo studioso dell’Orientalismo, cioè un sistema di pensiero generato in “Occidente” per cui si trasforma un presunto “Oriente” in Altro, l’irrazionale, il dispotico, il crudele da cui difendersi con la “superiore razionalità” e umanesimo frutto dell’elaborazione del pensiero europeo.  Tra le armi prese in prestito da Said per elaborare la sua analisi,  il pensiero di Antonio Gramsci, nella versione circolata nel mondo anglosassone che ha poi raggiunto un’altra grande elaboratrice del pensiero post coloniale, l’indiana  Gayatri Spivak, essendo passata prima per lo studioso della classe operaia inglese E. P. Thompson. Mi ricordo l’utilizzo da parte dell’antropologo italiano Vito Teti della critica di Edward Said per mettere a nudo il razzismo dispiegato dai settentrionali e i loro intellettuali contro la gente del Sud (e i calabresi in particolare) in Italia e mi ricordo nei primi anni di università  in California  di aver citato Said in critiche contro il concetto di “familismo amorale” elaborato nel volume “The Moral Basis of a Backward Society” (1957), mancanza di morale sempre attribuita agli italiani del sud dal sociologo americano Edward Banfield. Mi ricordo lo choc che mi procurò circa quindici anni dopo un eminente giornalista italiano,presumibilmente di sinistra,  inviato speciale dall’estremo occidente del più importante quotidiano italiano,  in visita a Berkeley che agli inizi del 2000 citava sempre Banfield come fonte autorevole sulla questione Nord Sud italiana, attribuendogli grande acume.

Come dimostra la vicenda intellettuale di Said e di tanti altri intellettuali il confine tra “Occidente” e “Oriente” è evidentemente permeabile e potenzialmente arricchente in ambo le direzioni. Ma forse sono altre le “bussole” di cui ci dobbiamo servire, quelle che segnano Est- Ovest, Nord- Sud oggi possono essere inutili e deleterie,  e mi sembra che tra i giovani e gli artisti la ricerca di un altro strumento di “orientamento” sia “in progress”. Guardando la pagina Tumblr di mio nipote, un ragazzo trentenne,  ho trovato le parole di una poesia canzone di un giovane poeta/cantante australiano, Matt Hetherington , dalla sua poesia “We”

 

We are somewhere

Our past is fire

Our future is earth

Eternity is air

 

We are everywhere

The sun is our blood

The moon is our mind

The stars are our hearts

Space is our own face

 

Poi mi è venuto in mente un “noi” poetico il noi presentato nella poesia di Mahmoud Darwish nella poesia che nella raccolta “Tha Buttterfly’s Burden” tradotta in inglese dal poeta di origine palestinese Fady Joudah e intitolata “Like a Mysterious Incident”. Descrive il ricordo del poeta palestinese  dell’incontro ad Atene con il poeta greco Jannis Ritsos,  quando l’OLP venne espulso dl Libano nel 1983 durante la guerra israeliana contro quel paese. Il primo porto di accoglienza fu la Grecia e Ritsos presentò Mahmoud Darwish nell’anfiteatro di Atene. Di seguito la mia traduzione dall’inglese, letta ieri sera in tandem con il musicista palestinese Ahmed Tanbouz del gruppo Hudud attivo a Bologna e dinorni  in una serata organizzata a Bologna da multiVERSI e intitolata “Oriente e Occidente: il desiderio, il timore, la reciproca necessità”:

A casa di Pablo Neruda, sulla costa

del Pacifico, mi sovvenne Jannis Ritsos.

Atene dava il benvenuto a noi che arrivavamo dal mare,

in un anfiteatro illuminato dal grido di Ritsos:

“Oh, Palestina

nome della terra,

e nome del cielo,

vittoriosa sarai…”

E abbracciandomi mi presentò facendo il segno della vittoria,

“Questo è mio fratello”

Così mi sentii vittorioso, frantumato

come un diamante, e  di me non rimaneva che la luce/

 

 

In un ristorante accogliente, ci scambiammo affettuose memorie

sui nostri due antichi paesi, e ricordi sul

domani: l’antica Atene era più bella.

E per quanto riguarda Yabous (Gerusalemme), non ne può più. Il generale

ha preso in prestito la maschera di un profeta per piangere e rubare

le lacrime delle vittime, “Caro nemico mio!

Non l’ho fatto apposta ad ucciderti, nemico mio caro,

era solo ché infastidivi il mio carrarmato”/

 

 

Disse Ritsos, “Ma Sparta pose freno

all’ascesa dell’immaginazione ateniese. La verità

e la giustizia sono gemelli vittoriosi insieme. Mio fratello

in poesia! La poesia è un ponte tra

il ieri e il domani.  I pescatori grondanti fatica

incontrando chi si lascia alle spalle il mito

potrebbero pure farsi un bicchiere insieme.”

Chiesi, “ Ma, in quattro parole…  la poesia cos’è?”

Rispose. “E’ un misterioso accadimento la poesia,

amico mio, è quell’inspiegabile agognare

che trasforma la cosa nel suo fantasma, e

fa di un fantasma una cosa.  Eppure potrebbe spiegare

il nostro bisogno di condividere la pubblica bellezza…/”

 

 

Mare non v’era nella sua casa dell’antica Atene,

dove le dee gestivano le questioni della vita

a fianco di esseri umani gentili, e dove Elettra  la giovane

convoca Elettra la vecchia per chiederle, “Ma tu

sei davvero me?”

 

 

E notte non v’era nella sua stretta casa da asceta

sopra i tetti che danno su una foresta di metallo

Acquerelli sono i suoi dipinti come le poesie, e i libri eletti

lastricano il pavimento della stanza degli ospiti.

Mi disse, “Quando la poesia si ostina tratteggio

sui massi una trappola per farvi cadere il gallo cedrone.”

Gli chiesi, “Amico, da dove arriva alla tua voce il mare

quando è già preda all’angustia?”

Rispose,”Dalla direzione della memoria, anche se

non ricordo di essere stato giovane.

Sono nato da due fratelli nemici

la mia prigione e la mia malattia.”

“E allora la tua infanzia dove l’hai trovata?” gli chiesi

“Da dentro i miei sentimenti, sono il bambino

e il vecchio. Il bambino insegna la metafora al mio vecchio.

e il mio vecchio insegna al bambino a contemplare il mio esterno.

Il mio esterno è il mio interno.

Quando la mia prigione si fa stretta mi spargo su tutto

e si allargano le mie parole come perla che si illumina

ogni volta che la notte sentinella il mondo/”

 

Dissi,”Mi hai insegnato molto. Da te ho imparato

l’addestramento ad amare

la vita e  a remare nel bianco

Mediterraneo cercando la via e la casa o la

dualità della via e della casa.”

Non fu impressionato dal mio complimento. Mi offrì il caffè.

Poi disse,  “Il tuo Odisseo tornerà a casa sano e salvo,

tornerà…/”

 

 

A casa di Pablo Neruda sulla costa

del Pacifico, mi sovvenne Jannis Ritsos

a casa sua. All’epoca entrava

in uno dei suoi miti, dicendo ad una delle sue dee:

“Se ci deve essere un viaggio,

fa che eterno

esso sia!”

 

di Mahmoud Darwish, tradotto in italiano da Pina Piccolo dalla traduzione inglese di Fady Joudah in “The Butterfly’s Burden” (2007)

Social

contacts