Niente da vedere. Tutto da tradurre. Recensione di Giuseppe Ferrara

Per spalancare gli occhi su panorami meno cruenti di quelli il mondo propone in questi ultimi giorni, una bella recensione di Giuseppe Ferrara a “Niente da vedere” l’ultimo libro di Sandro Abruzzese che accompagna le foto di Marco Belli scatatte al paesaggio del Polesine.

 

Niente da vedere. Tutto da tradurre.

di G. Ferrara

L’ultimo libro di Sandro Abruzzese Niente da vedere, pubblicato nella collana che ci faccio qui di Rubettino  è un complicato esercizio di traduzione. Dietro (o avanti) la raccolta di cronache del Polesine ed altri spazi sconfinati, come recita il sottotitolo, si nasconde altro, anzi si vede tutto il resto.

Questo racconto fotografico-letterario dell’autore di CasaPerCasa e del fotografo Marco Belli è anche, e forse, soprattutto, un testo sul tema  della traduzione della realtà in immagini o in parole

Già dai titoli dei capitoli si coglie questa particolarità: il costituirsi nel libro e dal libro di un intreccio tra “cose” che non vediamo ma che tentiamo di tradurre grazie ai linguaggi e quello tra cose che, “concretamente”, vediamo ma che non riusciamo a tradurre in alcun modo.

Osservando la composizione fotografica di Belli e la paratassi testuale di Abruzzese si ha questa impressione di “guardare” attraverso vere e proprie cornici narrative.

Sono queste cornici, non necessariamente fisiche, che invitano noi osservatori/lettori a una pre-disposizione davanti allo scatto o al testo , quasi a costringerci ad un preciso posizionamento (titoli dei capitoli: aghi della bussola), a una distinzione tra dentro-fuori, verticale e orizzontale e tra visione (reale o immaginaria) e linguaggio (chi sono? Dove sono. Cosa è? fuori).

Un elemento compositivo questo, il cosiddetto doppio framing,  che induce a ragionare sulla traduzione. In generale una cornice forza il posizionamento: si può guardare dentro o rimanere fuori, raccontare il sogno o solo osservarlo. Così come il fotografo che esita nello scatto per…farsi scattare; come fa l’autore nell’ascolto per… farsi parlare.

Le foto di Belli sono un buon esempio per chiarire il concetto.

Oltre al consueto formato fotografico, appare evidente in quasi tutte le foto una seconda cornice che, come insegna il magistero di Luigi Ghirri, necessariamente allinea e dirige lo sguardo. Quelle rappresentate da Belli sono però cornici… velate appositamente per evitare allo sguardo di indugiare su eventuali…interni: in questo modo non sembra esistere una realtà …nascosta, uno spazio successivo a quello mostrato. E forse neppure un tempo seguente.

No la realtà è tutta lì esterna, ampia, aperta non ha bisogno di essere ulteriormente tradotta, così comprensibile quale è come una visione onirica che dice tutto senza parlare. Un’ampia cornice che abbraccia lo scatto.

Come è noto la traduzione, in fotografia, è una operazione di esclusione: si esclude il resto del mondo per farne vedere solo un pezzettino. Ma qui si esaltano spazi sconfinati attraverso un piccolo scatto su piccole volumetrie chiuse o abbandonate.

A pg. 65 Abruzzese confessa invece il suo metodo di…traduzione: «…l’impreparazione è il motore del viaggio, guai a saperne qualcosa di più…Voglio dire che quando ci si prepara, non so come, ma si finisce per trovare solo conferme, oppure per vedere proprio ciò che avevamo studiato in precedenza e non altro. Per cui il mondo diventa un’ipotesi da verificare…».

Questi racconti quindi non sono un insieme di dati e di nozioni da sommare per dimostrare qualcosa (una realtà nota? Una verità nascosta?) ma tasselli di un puzzle necessari per comporre un’immagine più grande, come quei volti giganteschi delle pubblicità formati da tantissime minuscole e irrisolvibili facce. L’espressione dell’enorme volto è il racconto delle singole espressioni. L’ampio spazio è formato da frammenti e la cornice piccola contiene, per così dire, quella più grande.

Bisogna tornare e ritornare sui singoli volti, muoversi lentamente tra le “foto tessera”, i singoli racconti, nel tentativo di ricomporre una realtà spaziale e dunque una fluidità temporale.

È attraverso questo gioco di doppie cornici – foto nelle foto, racconto nel racconto – che la verità di questi luoghi resiste ad ogni cambiamento e in tal modo crea il fondamento di una presenza umana che pare sia qui per allontanarsi e contemporaneamente nascondersi, aprirsi in spazi sconfinati e ritirarsi nel filo di un campanile, esibirsi con sguardi invisibili e parole inudibili.

La verità è ciò che non possiamo cambiare e non possiamo tradurre perché il cambiamento come la traduzione (in immagini o in parole) opera a posteriori una scrematura, una discriminazione che appartiene tanto alla foto che alla parola. La verità è proprio ciò che non possiamo vedere.

Ed è proprio seguendo alla lettera il titolo del libro che gli autori ci aiutano almeno a non modificarla. Non c’è niente da vedere perché la verità è tutta qui, in quello che non si può cambiare che non si può mostrare o raccontare: metaforicamente essa è la palude sulla quale stiamo e gli spazi sconfinati sopra di noi.

 

 

 

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